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“Alle medie i docenti non sanno più chi sono i loro allievi” Cesare Cornoldi

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Non è facile parlare di scuola media con cognizione di causa: facile è bollare la scuola media come l’anello debole del sistema formativo dell’istruzione italiano. In ogni caso, a questa età i docenti possono realmente essere insegnanti cioè lasciare il segno nei ragazzi, anche se la scuola media, come concepita, ha bisogno di una seria riforma. Ne abbiamo parlato con Cesare Cornoldi, autore, insieme allo scomparso Giorgio Israel, di Abolire la scuola media (Il Mulino, 2015).

Professor Cornoldi, la scuola media unica ha compiuto nel 2012 cinquant’anni dalla sua istituzione. Può trarne un bilancio generale dal suo punto di vista?

Come avrà visto il mio bilancio è piuttosto negativo. Ho cercato di documentare questo giudizio con i dati che in gran parte erano già disponibili alla comunità italiana, in modo da evitare di lasciarmi andare a pure impressioni e prese di posizione. Ho fatto presente pure che la “scuola di mezzo”, che deve trattare con la preadolescenza e la prima adolescenza, è per se stessa in una situazione non facile, comune per i molti paesi del mondo su cui ho potuto trovare informazioni, ma che la situazione italiana si presenta in una condizione particolarmente deprimente.

In sintesi, quali sarebbero tre motivi sostanziali per abolire l’attuale scuola media così come è ora, per tacere degli altri?

Tre obiettivi fondamentali della scuola dovrebbero essere: sviluppare l’apprendimento, produrre motivazione, creare persone etiche e civili. Mi pare che in molte scuole secondarie di primo grado questi tre obiettivi siano solo modestamente raggiunti. Il discorso è ovviamente semplificato e perde di vista tutti i traguardi specifici che i nostri studenti raggiungono, ma è proprio questo il problema: gli insegnanti di scuola media seguono talvolta bene i programmi scolastici e portano — nei migliori dei casi — gli studenti a acquisizioni specifiche importanti, ma cosa importa questo se gli obiettivi fondamentali non sono raggiunti?

Nel suo libro lei spiega in maniera chiara i singoli punti di tale questione. Ad esempio, potrebbe indicarci cosa intende per “ridimensionamento massiccio di programmi per disciplina”? Si tratta dunque delle famose competenze?

Il termine “competenza” è inevitabilmente generico e per certi versi discutibile, dal momento che non può essere scorporato dalle conoscenze. Tuttavia esso può essere associato all’idea degli obiettivi essenziali e a lungo termine che la scuola dovrebbe assicurarsi di raggiungere. Io credo che il successo di un progetto formativo dovrebbe essere considerato non solo guardando come fanno i ragazzini all’esame di terza media, ma anche esaminando a lungo termine se i ragazzini sono stati messi nelle migliori condizioni per affrontare gli impegni successivi. Solo in questo caso abbiamo costruito competenze che servono per la scuola e per la vita.

Quali potrebbero essere delle piccole, grandi modifiche concrete nell’organizzazione della didattica alla scuola media, concretamente attuabili senza dover sconvolgere questo segmento, magari con un’ennesima riforma?

Sono d’accordo con lei nel non auspicare ennesime riforme con ennesimi proclami. Infatti mi ha fatto piacere — dopo l’uscita del libro — essere contattato da scuole che, con i mezzi a disposizione e all’interno della normativa attuale, hanno valorizzato prassi finalizzate ad un cambiamento. Per esempio, in una scuola media di Rovigo sto seguendo una sperimentazione che attenua le barriere psicologiche fra allievi della scuola primaria e della scuola secondaria. In altre scuole abbiamo portato avanti progetti di stimolazione di abilità fondamentali come la comprensione e la soluzione di problemi attraverso laboratori che poco odoravano di quello “scolastico”, che gli adolescenti non amano.

Qualcuno considera la scuola media come una “super-elementare” oppure una “mini-superiore”. Qual è secondo lei la vera missione pedagogica che la scuola media dovrebbe perseguire per la crescita di una persona tra gli undici e i quattordici anni?

Riprendo spunto dal messaggio implicito della sua domanda. La scuola a che fare con persone che vanno considerate esseri umani con particolari caratteristiche psicologiche: l’insegnante deve pensare prima alla persona che ha davanti (con empatia e sensibilità psicologica) e solo in funzione di questa ai contenuti di insegnamento. E questa persona ha un’età delicata, per cui l’attenzione psicologica deve essere raddoppiata e adattata alla conoscenza del caso specifico. E’ possibile che l’insegnante non sia preparato per avere questa attenzione, non sappia porsi in modo amichevole con i suoi allievi, qualche volta non ne sappia nemmeno il nome?

Mi par di capire che lei sarebbe favorevole a una vecchia proposta di Berlinguer: accorpare le medie alle elementari, secondo un modello attuato in altri paesi europei. Quali sono i vantaggi e gli svantaggi di una simile operazione, a livello didattico ed educativo? Qualcuno parla del pericolo di bullismo dei preadolescenti sui bambini più inermi, eccetera.

L’accorpamento di elementari e medie non risolve certo i problemi se avviene solo di facciata e può anche comportare dei rischi che bisogna saper correre. Comunque le esperienze in questo senso già avvenute sembrano aver avuto successo notevole e aver migliorato, piuttosto che peggiorato, i rapporti fra bambini di diverse età.

Il governo Renzi aveva messo in cantiere un ddl sulla valutazione in cui c’è l’abolizione della bocciatura alla scuola elementare e media, se non per i casi più gravi. Come considera la bocciatura nella scuola media?

Come avrà capito io non amo le ideologie e ritengo che ci si debba far guidare dai dati di realtà. Schierarsi pro o contro le bocciature è ideologia, andare a vedere cosa succede se si ricorre alla bocciatura costituisce invece sano empirismo. Rispetto alla bocciatura esistono varie modalità: 1) la si abolisce, 2) la si mantiene ma non la si usa se non come minaccia, 3) la si mantiene e si usa, 4) la si sostituisce con formule alternative (es. debiti). Non so se esistano dati chiari sugli effetti di queste quattro scelte pedagogiche, ma non mi aspetto che ce ne sia una che va in assoluto meglio per tutti i bambini. In tal caso bisogna scegliere la sola dannosa, oppure avere la capacità di trovare per ogni studente la via migliore.

E’ stata introdotta anche la formazione obbligatoria per i docenti. Vorrei avere la sua opinione, in base alla sua esperienza di relatore in seminari e corsi di aggiornamento di matrice psicopedagogica. Anzi, prima di tutto, che cos’è la psicopedagogia, più volta richiamata nel suo libro?

Ritengo formazione e aggiornamento essenziali per ogni professionista, insegnanti compresi, ma non sono molto soddisfatto di quella che viene erogata attualmente agli insegnanti italiani, mia compresa. Bisognerebbe avere altro impegno e altri mezzi evitando l’improvvisazione. Comunque un insegnante dovrebbe essere formato non solo disciplinarmente, ma anche e soprattutto all’attenzione psicologica per lo studente che impara.

Molti docenti trovano assillante l’ingerenza di certi genitori in ciò che compete alla scuola: cosa ne pensa?

Sono consapevole che i genitori costituiscono una delle forze maggiori di resistenza al cambiamento nella scuola. I rimedi fondamentali che vedo sono il loro coinvolgimento maggiore nella scuola, incontri di formazione alla genitorialità, informazione, far vedere loro che i loro figli vanno volentieri a scuola, imparano, sono rispettati come persone.

Il professor Israel, l’altro autore del libro, è a favore dell’attuale scuola media, pur con tutti i suoi problemi: quale potrebbe essere almeno un motivo per cui anche lei potrebbe essere d’accordo con lui pur di non abolire la scuola media?

L’intervento di Israel, che è prematuramente scomparso dopo avere scritto la sua parte del libro in polemica con la mia, è però ispirato da valori (impegno, cultura, rispetto del lavoro intellettuale) che sono anche miei. Ciò detto, io penso che l’errore in Israel non fosse nelle cose che auspicava, ma nelle modalità che riteneva idonee per raggiungerle. Presumo che pensasse a giovani adulti e a menti particolarmente brillanti per cui la stimolazione intellettuale per se stessa riesce a raggiungere gli obiettivi desiderati, ma facesse più fatica a mettersi nei panni di un ragazzino normale (o addirittura di un allievo in difficoltà) con le sue fragilità, i tanti interessi extracolastici, i minori interessi scolastici e una bella tempesta ormonale in corso.

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