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Educare alla libertà e libertà di educare

1 giugno 2013- Festa della scuola E. Manfredini, Varese

Assemblea con Giancarlo Cesana

Professore di Igiene – Univ. Degli Studi di Milano Bicocca; presidente Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico

Domanda
Cosa significa per lei concretamente educare i figli alla libertà? In una società che chiede una prestazione misurata esclusivamente dal “successo” – dove il valore delle persone viene fatto coincidere con la riuscita, dove l’educazione la si riconduce a un buon servizio didattico – a cosa noi genitori non dobbiamo rinunciare mai, cosa non dobbiamo sacrificare nell’educazione dei nostri figli?
Sulla libertà di educare: in un momento storico come questo, dove la crisi la fa da padrone su tutti i fronti, cosa può significare per noi la scelta di una scuola paritaria, cosa ci chiede (oltre all’aspetto economico)? Oggi qualsiasi scelta ha implicazioni economiche che per molti significa l’impossibilità di “poter scegliere”, oppure la paura di una scelta che richieda un impegno per molti anni in un momento di grandissime incertezze. Cosa significa difendere la libertà di educare, per noi genitori?

G. Cesana
Che cosa significa educare alla libertà.
E’ opportuno fare una premessa a riguardo di che cosa sia l’educazione, perché non ci si pensa mai. La parola educazione viene dal latino: e-ducere, “tirar fuori”, quindi tirare fuori la personalità la personalità dell’alunno, del bambino, dell’amico, del marito. Come si fa a tirar fuori la personalità, cioè quale è l’elemento che fa emergere la personalità?
Parto da un episodio di un po’ di anni fa che cito sempre perché rende l’idea: nel corso della mia carriera universitaria ho fatto ricerche sullo stress da lavoro e, per questo, io e i ricercatori con cui lavoravo, fummo invitati dal comune di Milano a fare un intervento di valutazione dello stress dei dipendenti. Risultò che i dipendenti maggiormente stressati erano quelli che avevano rapporto con il pubblico, in particolare gli insegnanti.
A causa di questa mia esperienza, una ragazza della Cattolica che studiava pedagogia mi invitò a un incontro con le sue compagne (sono tutte donne quelle che insegnano pedagogia nella scuola) per parlare dello stress dell’insegnamento. Ho iniziato l’incontro facendo io una domanda a loro: «Secondo voi quale è la differenza che c’è tra la psicologia e l’educazione?». Silenzio!, studentesse di pedagogia della Cattolica. La stessa domanda l’ho posta in tante altre occasioni a tante altre persone e mai mi hanno saputo rispondere. La ragione per cui non si sa rispondere, o si fa fatica a rispondere, è che comunemente si pensa che l’educazione sia una forma di psicologia minore; che per educare bisogna capire come funziona la testa dell’educando e cercare di entrare dentro i meccanismi del pensiero in modo tale da essere il più possibile convincenti. L’educazione fondamentalmente sta seguendo un modello medico; tanto che nella facoltà di pedagogia c’è la pedagogia generale che è la fisiologia, il funzionamento dell’organismo e c’è la pedagogia speciale che è l’applicazione alla patologia della fisiologia, come se in fondo l’educazione fosse una specie di rimedio sanitario, solo che – invece che a un problema di salute – risponde a un problema di funzionamento della testa. E’ così diffusa questa concezione, che è stata individuato come nuovo disordine mentale la sindrome da disattenzione e iper attività, la ADHD. Ormai nei bambini americani viene diagnosticata nel 30/40% per non parlare delle dislessie, delle disgrafie, di tutte le “dis” che praticamente ammorbano l’aria. L’educazione non è questo. Con ciò non voglio intendere che la psicologia non sia importante, ma l’educazione è un’altra cosa.
L’educazione si rivolge all’aspetto assolutamente più misterioso della personalità umana e che è l’aspetto che meno si possiede dell’altro: la libertà.
L’educazione è una proposta che si rivolge alla libertà, cioè si rivolge all’anima, a ciò che fa l’uomo uguale a Dio. Se non ci fosse l’anima – se non ci fosse il mistero come esperienza dell’altro, perché è un mistero come l’altro ti prende, come ti parla, come ti ascolta, anche se è tuo figlio – non ci sarebbe l’educazione. L’educazione si rivolge a questo livello della personalità e fa venir fuori la personalità in quanto la rende sempre più cosciente della dote misteriosa della libertà, che fa di ogni uomo una persona unica.
Che cosa suscita la libertà? Cos’è che colpisce l’altro e lo mette in movimento al punto tale che uno può impegnare tutto di se stesso? Ciò che mette in moto la libertà è la verità. Come dice il Vangelo: «Seguite la verità e la verità vi farà liberi» (Cfr. Gv. 8, 32). La proposta della verità fa crescere la libertà fino a farla diventare una sensibilità per cui si capisce il fondo delle cose, il fondo della realtà. Non si è più superficiali, non si resta alla superficie, ma si va dentro, si va al fondo.
Il problema è che bisogna ridefinire tutte queste parole alle quali non ci si pensa più, che ormai sono completamente decadute nella sensibilità comune. Cosa è questo fatto che è in grado di mettere in moto la libertà, di mettere cioè in moto la crescita di un uomo, di una donna, di un ragazzo? La verità non è una definizione, non è un pensiero: la verità è una presenza, una presenza umana, qualcosa legato all’esperienza dell’uomo, più grande di me, più grande di qualsiasi uomo, ma legato a me. Quindi, la verità è in qualche modo una proposta di quello che sono io come percezione profonda della vita. La verità mette in moto la libertà e mette in moto il processo educativo, tanto è vero che i ragazzi, quando incontrano uno che mette in gioco se stesso, ponendosi come proposta, stanno in silenzio. Quando si colpisce un punto che è vero, non c’è più brusio e scatta l’attenzione.

La verità si manifesta proprio, come diceva San Tommaso D’Aquino, come corrispondenza tra quel che si incontra e quello che si desidera (Tommaso D’Aquino, De Veritate, I, 2. 4 Cfr. Lc 16, 9-15). Cioè tu capisci improvvisamente che le cose stanno veramente così; la verità è questo livello di percezione della questione, è questo livello di proposta. Tanto è vero che, cristianamente parlando, la manifestazione in cui si vede maggiormente la verità è la carità, l’amore per l’altro dove uno si ritrova, si riscopre, si sente valorizzato e per questo si mette in moto. Per esempio, uno dei meccanismi con cui noi spesso educhiamo è dire: “Se tu fai così, io allora ti do, ti concedo…”; non è di per sé sbagliato, perché uno va anche messo alla prova, ma capite bene che può significare un ricatto affettivo: “Se tu fai qualcosa, allora io ti voglio bene, allora stai veramente con me, se no non possiamo andare d’accordo”. Invece pensate a un ragazzo quando fa una cosa non per essere voluto bene, ma la fa perché è già voluto bene.

Davanti a un 5 e a 5+, si può dare anche 7 una volta come voto finale perché il processo educativo è un’altra cosa: è far sentire all’altro che è importante. Dopo, certamente, puoi dargli anche 5, 4, o 3, ma uno deve sentire il valore che ha per te. Il principio della verità è dentro questo.
Allora, seconda domanda, a che cosa noi genitori non dobbiamo rinunciare? Cosa non dobbiamo sacrificare nell’educazione dei figli? La proposta. L’educazione è un fatto di proposta continua, l’educazione cioè non ammette un’assenza. E’ esserci. Non bisogna mai rinunciare ad esserci, non bisogna mai tirarsi indietro. Invece, c’è qualcosa cui bisogna rinunciare. Se il fattore che mette in moto l’educazione è quello che mette in moto la libertà e cioè è la verità, allora i casi sono due: o la verità sono io, o la verità è qualche cosa che io seguo. Se la verità sei tu, un ragazzo alla fine si ribella, si può magari entusiasmare per un po’, ma dopo un po’ non sta, non cede a stare sotto il giogo anche se sei suo padre, anche se sei sua madre, anche se sei il professore amatissimo fino a un mese fa, perché nessun uomo, proprio per la legge intrinseca della libertà, sta sotto a un altro. Quindi, il ragazzo deve capire che quando gli parli di verità, gli parli di qualche cosa che tu stesso segui. Perché lui non segue te, segue quello che segui tu. E in quello che segui tu, ti mette alla prova. Quando cioè tu proponi una cosa, il ragazzo che ti guarda ti mette alla prova decidendo se quello che tu dici per te è vero o no. Per esempio, quando i genitori litigano, ma per non dare scandalo ai bambini, si trattengono, i bambini non è che non capiscono che c’è qualcosa che non va, perché vedono sia il padre che la madre arrabbiati.

Si può sbagliare, si può anche litigare, ma poi si fa la pace. A educare, a fare i genitori, o gli insegnanti si sbaglia tantissimo e si sente di sbagliare perché sono coinvolte le persone cui si vuole più bene. Quello che vale è la coerenza ideale, cioè sapere quale è il punto cui sei attaccato. tu e cerchi di attaccare anche il ragazzo, in modo che lui possa seguirlo. Ecco il segreto dell’educazione. Mio figlio non deve seguire me, deve seguire quello che seguo io. E così potrà giudicarmi: questo è il primo fattore che protegge la libertà come possibilità di protagonismo nella vita. E’ affascinante vedere i ragazzi che crescono, vedere lo sviluppo della loro libertà, perché si capisce che vanno sempre più a fondo della realtà.

Diceva Gesù: «Se non sarete fedeli nel piccolo, non lo sarete neanche nel molto»4.Cioè, la verità di una posizione si vede nei dettagli, nelle sfumature: si vede nel modo in cui uno ti guarda, nel modo in cui ti parla, nel modo in cui ti saluta. E noi la gente la giudichiamo su questo, non la giudichiamo sulle grandi dichiarazioni; e anche noi siamo giudicati da questo. La crescita della libertà è proprio una sensibilità per ciò che costituisce profondamente la realtà. E’ un modo di sentire le cose e viene su come l’erba, che adesso è bassa e non la vedi, ma tra 15 giorni è già alta.
Da tutto quanto detto, si capisce bene che se non c’è libertà, non si può educare. La scuola in genere è profondamente diseducativa non perché neghi la libertà, ma perché la libertà non è a tema, se non come voglia, come istintività. E’ vero che la libertà è fare quello che si vuole, ma il problema è sapere che cosa si vuole, perché se vuoi volare e ti butti giù dal trentesimo piano, non è che sei più libero quando arrivi giù, ma sei più morto! Il problema dell’infelicità della vita è che noi vogliamo cose per cui non siamo fatti e in questo ci distruggiamo e distruggiamo gli altri. Finora avevo parlato della libertà come dote, come aspetto della personalità., ma la libertà come esperienza è compimento, cioè è realizzazione. Tu la ami, lei ti ama, vi mettete insieme e allora tu sei libero. Non sei libero quando ne hai davanti tre e ti chiedi: “chi amo delle tre?”. La libertà ha un aspetto di scelta quando è immatura, nel senso di provvisoria, di non chiara nell’obiettivo. Come quando tu vai nella nebbia, vedi un’ombra nera e ti chiedi se sia un toro o casa tua; devi decidere cioè se avvicinarti, o stare lontano. La libertà di scelta è a questo livello: ha dentro un rischio. Invece, la libertà come esperienza è la realizzazione di ciò che ti rende felice, di ciò che ti compie. Senza tutto questo processo l’educazione non c’è e siccome tutte queste cose non sono messe a tema, la scuola difficilmente educa. Per questo noi abbiamo fatto delle scuole cattoliche, che non vuol dire scuole per i cattolici, ma per tutti, dove può venire chi vuole, però la posizione non è indifferenziata, cioè non è tutto uguale quello che si pensa. Oggi in campo cattolico si parla molto di ecumenismo e per ecumenismo si intende che tutte le posizioni hanno qualcosa di buono; questo è giusto perché tutte le posizioni, se sono sinceramente perseguite, portano a qualcosa di vero. A don Giussani, quando difendeva la scuola libera, domandarono: «Se i comunisti volessero fare una scuola comunista, secondo lei dovrebbero farla?»; lui rispose di sì, perché quello che uno segue è il modo con cui arriva al porto comune di tutti gli uomini, che è il vero. Ma che ci sia del buono in tutti, non vuol dire che tutto è uguale. Oggi, invece, è tutto uguale: ti piacciono gli uomini? È uguale. Ti piacciono le donne? È uguale. Tutto è lo stesso. Si capisce allora la scuola cattolica è fatta per tutti, ma non perché tutto sia uguale, ma perché quello che si vive è così convincente che può essere una possibilità per tutti. La scuola è un’istituzione, cioè è la creazione di una condizione dove sia possibile una proposta nei termini che dicevo prima, ma chi educa sono gli insegnanti, sono i genitori, chi educa è un popolo, è una cultura, è una sensibilità. Noi siamo chiamati a fare scuole dove queste cose le possiamo dire.

Oggi sono stato a un incontro dell’associazione Medicina e Persona e hanno mostrato un video della Clinica di Cleveland, uno dei migliori ospedali del mondo: si vede uno con il cancro maligno, si vede un bambino prematuro, un uomo che ha appena divorziato, un altro all’anniversario del matrimonio. Si vedono tante storie umane e si conclude con la domanda: se tu condividi quello che uno sente, quello che uno pensa e quello che uno vive, lo tratti meglio? C’è stato subito un applauso, facile perché sono tutti d’accordo, sia sulla domanda, sia sulla risposta. Ma il problema è che non si capisce come si fa a condividere, che cosa ci vuole per condividere, per immedesimarsi nell’altro. Questa capacità di condivisione è quello che desideriamo tutti perché è quello che c’è di meno. Perché non solo costa soldi, ma costa in energie, in tempo; ti costa in umanità. La libertà di educare costa come vita, non è solo la creazione di una scuola. Quando è scoppiato il 68 i maggiori leader venivano da scuole cattoliche di preti: la condizione dell’educazione non è della scuola, è la cultura di un popolo. Da questo punto di vista, certo ci possono essere delle condizioni economiche che impediscono di fare la scuola, o di pagare la retta in una situazione di crisi, ma a un padre e a una madre non c’è niente che impedisce di educare. A un insegnante non c’è niente che impedisca di favorire un movimento giovanile, di fare incontrare tutti. Bisogna ricominciare a fare questo. CL, il fenomeno giovanile più diffuso nelle scuole negli ultimi 50 anni, è nato da questo, non perché c’erano le scuole cattoliche. Quando don Giussani ha visto che i giovani erano ignoranti sulla Chiesa, non ha pensato di fare un comitato per l’educazione cattolica, con un po’ di preti, un po’ di esperti, un po’ di insegnanti; ma ha andato deciso di andare a insegnare al Berchet, che è il liceo più laico di Milano. Noi dobbiamo fare lo stesso. Scuola cattolica sì, scuola cattolica no. Se c’è la scuola cattolica meglio, perché siamo facilitati.

Domanda
In questi tempi è molto facile per i genitori controllare i propri figli: cellulare per sapere dove sono, registro on line per controllare i voti, mettersi come amico in facebook, controllare i siti in internet…questa modalità mi sta stretta, come genitori abbiamo sempre impostato il rapporto sulla fiducia, credendo in quello che dicono i nostri figli, fino a prova contraria. Se poi sbagliano, portano le conseguenze di questo. Mi sembra che anche nel controllo ci sia la paura dell’errore dei propri figli, ma allora non è più vero che “sbagliando si impara?”

G. Cesana
Un conto è l’errore – che sta nell’ambito delle cose umane e per cui non si è colpevoli -, un conto, invece, sono i peccati, le malvagità per cui si è colpevoli. Errare è umano, perseverare è diabolico, dicevano già i Latini.. Quando l’errore diventa ostinato, diventa malvagità e, per questo, c’è la punizione, il cui valore educativo è fondamentale. Come disse don Giussani alle suore Rosminiane: «Finalmente ho capito perché c’è l’inferno. Perché Dio ha amato la nostra libertà più della nostra salvezza». Perché se non sei libero, anche quando ami, non ami veramente, sei obbligato. E’ impressionante che noi siamo una società liberissima, dove si può fare tutto quello che si vuole, con una certa inversione di valori, perché passare con il semaforo rosso sembra più grave di altro. Il problema del controllo insorge laddove si vede che c’è questa perseveranza dell’errore rispetto alla quale si rimane smarriti e si rimane smarriti perché, come diceva Malraux parlando dei suoi contemporanei: «Noi siamo gli uomini peggiori di ogni tempo perché di tutto sappiamo che cosa è la menzogna e di niente sappiamo che cosa è la verità» (Cfr. Andrè Malraux, La Tentation de l’Occident, Bernard Grasset, Paris 1926, p. 216. 6 T.S. Eliot, Cori da “La Rocca”, BUR 1994, p. 88). Il problema del controllo dei genitori insorge perché non sanno loro che cosa credere, che cosa vale al punto da dirlo ai figli con decisione. Quando un ragazzo capisce che a una determinata cosa ci tieni, gira alla larga, perché sa che, se si rompe, ti arrabbi! Anche questa è educazione! Invece, sarà mica educazione lo spiare, o fare il finto amico su facebook: piuttosto è regressione. L’educazione è proprio una decisione, è l’affermazione di ciò che vale. Con i ragazzi possiamo sbagliare anche noi e saremo corretti, ma se lo facciamo in buona fede è giusto farlo. Altrimenti si cade in quella frase bellissima che dice Eliot: «Essi cercano sempre d’evadere dal buio esterno e interiore – cioè da questa grande confusione – sognando così sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono»6.
Quando andavo a scuola io, adesso non si usa più, i maestri “disfavano” le righe sulla schiena degli alunni e se andavi a casa a lamentarti, te le davano ancora di più. Se tu genitore metti in discussione la maestra, metti in discussione il principio di autorità. Quindi, magari hai ragione di farlo, ma quando lo fai, devi capire che hai fatto saltare la maestra. Quindi, prima di farlo, pensaci sopra bene, perché questo poi si rivolta non solo contro la maestra, ma anche contro di te, perché se è saltata un’autorità, può saltare anche un’altra. Un ragazzo deve sapere riconoscere l’autorità, perché siccome la verità è qualche cosa di più grande di me, seguire la verità vuol dire rinunciare a qualche cosa di me, vuol dire cioè fare quello che si chiama sacrificio. Il sacrificio non piace a nessuno, perché è un principio di mortificazione e allora bisogna far capire che qualche volta i sacrifici bisogna farli e che servono. Nell’educazione serve tutto e il principio fondamentale è la valorizzazione. Una volta ho fatto un incontro, c’era un mio collega, un medico che si è occupato per tanti anni di leucemia, e riportava un lavoro scientifico secondo il quale i bambini che avevano avuto la leucemia (adesso la leucemia in oltre l’80% dei casi si risolve in una guarigione definitiva) erano poi più attrezzati nella vita rispetto a quelli che non erano stati ammalati. Il professore evidenziava che c’è anche un fattore positivo nel dato della prova: è anche giusto questo, ma bisogna domandarsi perché il bambino resiste alla leucemia e non soccombe quando è malato? Perché i genitori gli vogliono bene.
Ciò che fa venir grande non è la sberla, non è la contraddizione, ma è l’amore con cui la sberla viene data, con cui la contraddizione viene vissuta. Non ho paura di punirti perché ti voglio bene, altrimenti sono incerto su tutto. Noi non siamo “roussoniani”, non pensiamo cioè che il bambino sia il buon selvaggio che poi diventa cattivo con la civiltà. La cattiveria è dentro da subito, anche nei bambini. Freud ha scoperto l’istinto di morte perché guardava suo nipotino, il figlio di Anna Freud, che continuava a far andare un rocchetti avanti e indietro, un movimento continuamente ripetitivo (i bambini sono ripetitivi quando trovano una cosa che piace loro) e Freud ha pensato: la morte è la ripetizione continua dello stesso stato. L’ha visto dai bambini! Bisogna inoltre essere in condizioni di potersi fare aiutare perché spesso da soli non ce la si fa e bisogna appoggiarsi a qualcuno. La vita, come vedevo anche nel video di Cleveland, è veramente difficile! La vita, si dice, è fatta come a scale, c’è chi scende e chi sale. Io l’impressione che ho, soprattutto da una certa età in poi, è che si sale e basta. E per salire, soprattutto quando si è zoppi come me, ci vuole la ringhiera, cioè ci vuole un punto cui appoggiarsi, altrimenti non ce la si fa. E anche questo è importante nell’educazione e nella correzione perché i fattori educativi certamente più importanti sono due: l’affetto, come abbiamo visto prima; e in secondo luogo la correzione, cioè il reggersi insieme, tenersi su insieme. E quando uno cade lo tiri su, sempre, come si è capaci. Tutta questa mania del controllo oggi è tanto estesa, quanto è estesa presuntivamente la libertà. Mentre la libertà che c’è veramente è piccolissima, perché per vivere in modo libero bisogna conoscere il vero, farne esperienza. Quella di oggi è fondamentalmente una libertà istintiva, la libertà di un’ istintività secondo quello che è il moralismo sociale. Come diceva don Giussani: il moralismo è privilegiare un valore contro tutti gli altri (Cfr. L. Giussani, Stefano Alberto, Javier Prades, Generare tracce nella storia del mondo, Rizzoli 1998, p. 79) e questo valore il potere lo sottolinea come per esempio fa adesso con l’onestà, la trasparenza, … ecco , il moralismo è privilegiare questi valori come principi che risolvono tutto, mentre sono una conseguenza..
Il problema è negli adulti, non nei ragazzi!

Domanda
Vediamo che i ragazzi non hanno voglia di fare fatica. Senza fare l’elogio della fatica, per esperienza sappiamo che è una condizione non sufficiente ma necessaria per ottenere risultati. Quindi, se lasciati a se stessi, i ragazzi non si muovono. Come aiutare la libertà dei ragazzi a rispondere alle provocazioni che noi offriamo loro e che implicano fatica?

G. Cesana
Si dice che i ragazzi (come anche gli adulti) non hanno voglia di fare fatica. Se un ragazzo gioca bene al pallone, dirà che vuole andare a giocare al pallone tutti i giorni e, quando gioca, giocherà dalle 2 alle 8 di sera facendo una fatica pazzesca. Perché? Perché riesce. Se tu riesci, la fatica la fai, o perlomeno sei facilitato. Se non riesci, è molto difficile muoverti. Il problema è che spesso i ragazzi non capiscono quale sia l’obiettivo in cui loro possono riuscire, per cui non si impegnano, o non riescono. Quando ho finito le elementari a Carate non c’era la media e bisognava andare a Monza. I miei genitori mi hanno mandato al Collegio Ballerini a Seregno, una scuola di preti. Dopo un anno, siccome non c’erano i soldi, sono andato alla scuola statale e mi ricordo che nel primo trimestre, in matematica non ho mai preso più di 4. Mia mamma andava dalla professoressa e piangeva, non capiva perché fino all’anno prima ero sempre stato il più bravo della classe. Ma era il periodo in cui mi piaceva giocare al pallone… Ormai mi ero rassegnato all’idea che in matematica ero negato. Allora i miei mi hanno mandato a ripetizione dalla maestra Villa, che ha cominciato a farmi fare delle cose facilissime dove però riuscivo e, in questo modo, mi ha introdotto progressivamente al riuscire. Il secondo trimestre ho preso 6, poi ho preso 8 e non ho più avuto problemi di matematica per tutta la vita. A volte si pretende dai ragazzi cose di cui un po’ non capiscono lo scopo, un po’ non sanno fare; invece, è fondamentale chiarire lo scopo, renderlo raggiungibile e, soprattutto, apprezzare lo sforzo che un ragazzo fa, altrimenti difficilmente si impegna. Questo è proprio il lavoro dell’insegnante che, insegnando, praticamente reimpara. Insegnare è il modo che gli adulti hanno per imparare perché, insegnando, mettendoci nella condizione di essere verificati da coloro ai quali insegniamo, mettiamo noi stessi nella condizione di imparare. Ma c’è un’altra questione: non ci può essere una posizione adulta se l’educatore stesso, il genitore, non si alimenta, non si coltiva. Tanti anni fa, ad un incontro di responsabili del movimento sull’importanza della struttura e delle istituzioni, Enzo Piccinini, un mio amico morto a 47 anni in un incidente disse: «E’ proprio vero, don Giussani, quello che dici, perché quando ti innamori, quando ti capita l’evento più esaltante della vita, la prima cosa che fai è dare un appuntamento, perché altrimenti perdi l’occasione». Così dare l’appuntamento vuol dire impegnarsi, vuol dire ottenere che la cosa continui. Quello che noi sottovalutiamo è che se incontriamo qualche cosa di valido, di significativo per la nostra vita, poi non gli diamo appuntamento, lo lasciamo andare come se dovesse venire lui da noi, per forza sua propria; invece, no. L’amicizia va coltivata; siccome l’insegnamento, l’educazione, è un gesto di amicizia, è un gesto di affetto, è un gesto di vicinanza all’altro, se non viviamo noi stessi di amicizia, di questo affetto, di questa compagnia, di questa vicinanza, come facciamo a darla agli altri? Allora l’educazione degli altri dipende dal modo in cui noi ci educhiamo e ci aiutiamo a crescere.

Domanda
Quando sono entrata in classe la prima volta ero tutta tesa e curiosa a scoprire cosa le facce dei ragazzi che avevo davanti avessero a che fare con me e chi fossero davvero; come si può tener viva questa curiosità su di loro e su se stessi che permette di non cadere nell’abitudine della lezione o in una falsa idea di sapere già chi sono e cosa ti puoi aspettare dai tuoi alunni?

G. Cesana
Può insorgere l’abitudine, perché lavorare stanca. Il lavoro esiste in quanto noi siamo creature; non abbiamo fatto la realtà e non abbiamo fatto i nostri alunni, per cui noi, per poter vivere, dobbiamo in qualche modo adattarci, dobbiamo far fatica, rinunciare un po’ a noi stessi. Innanzitutto questo è il lavoro. Il lavoro è questo sacrificio, è questo dispendio della vita per realizzare ciò che la vita attende, dentro una realtà che non è fatta da noi, ma che è fatta da Altro. In questa fatica può sopravvenire l’abitudine e la stanchezza, come fondamentalmente conseguenza di un progressivo disamore. Non si è più affezionati a quello che abbiamo davanti e, allora, non lo stimiamo più. Per correggere questa posizione, l’unica possibilità è che noi stessi ci aiutiamo a vivere di amicizia. È necessario che noi coltiviamo la compagnia più prossima alla nostra vita, in modo tale da aiutarci ad essere noi compagnia per gli altri. Ci sono tanti trucchi, tanti meccanismi che, man mano che si diventa insegnanti anziani, si imparano, ma il problema è quando si è da soli: quando uno non ha un santo a cui attaccarsi. Dovrebbe succedere che più andiamo avanti, più dovremmo affezionarci, alla verità di quello che abbiamo davanti.

Infine, la nostra compagnia, la coltivazione dell’amicizia che fa l’insegnante, deve essere anche qualche cosa che entra a giudicare il modo di essere insegnante, la scuola. La nostra compagnia deve essere capace di attaccare il punto in cui si forma la nostra mentalità. Allora, quando un insegnante entra in classe, o una donna entra nella sua cucina a lavare i piatti della sera che ha lasciato lì perché era stufa marcia ed è andata a letto: dovunque, se si ha questo supporto, questa compagnia, questa amicizia e la chiarezza del giudizio, allora la realtà che c’è, piace, cioè si capisce come è fatta. E allora, come il ragazzo che gioca al pallone dalle 2 alle 8 perché riesce, anche un adulto può lavorare tutto il giorno.

Domanda
Mio figlio va in prima superiore e abbiamo deciso di mandarlo in una scuola paritaria, facendo sacrifici. Tanti amici mi dicono: «Ma lo mandi ancora in una scuola privata? Non avrà mai il contatto con il mondo, con quello che succede. Se lo mandi in una scuola così gli togli questa possibilità». Io e mio marito non abbiamo fatto questa scelta per “preservare” i nostri figli; per esempio i nostri bambini alle 7 prendono l’autobus da soli ed è anche capitato che uno si è sentito male e l’autista l’ha portato con sé. La realtà è provvidenziale, la questione è che per noi è importante sapere che adulti accompagnano i nostri figli. Però questa obiezione che diversi amici ci hanno fatto ci pone una domanda.

G. Cesana
L‘osservazione che a 14 anni i ragazzi devono andare nel mondo, è a mio avviso la dimostrazione che non si capisce che cosa sia il mondo.

Che cosa vuol dire introdurre alla realtà totale, a tutta la realtà? Come si incontra tutta la realtà? Facendo tutte le esperienze Non basterebbe la vita. L’introduzione alla realtà totale avviene quando si è capaci di andare così a fondo del particolare che si vive, da capire che cosa c’entra questo con tutto il resto, da comprendere cioè il suo significato. E’ il famoso episodio raccontato spessissimo da don Giussani, quando lui, vedendo due che si baciavano, lui, vestito da prete, non gli ha fatto la predica, ma ha domandato loro: «Quello che state facendo che cosa c’entra con le stelle?» . Cioè che significato ha? L’introduzione alla realtà totale è comprendere il significato dei particolari, come un particolare si lega a tutto il resto; può comunicare il significato dei particolari solo chi lo conosce e lo sa far sperimentare, non tutti. Per questo scelgo la scuola e scelgo anche l’insegnante, perché c’è gente che queste cose manco se le sogna. Così aiuto il ragazzo a entrare nel mondo e confrontarsi col mondo: quando uno percepisce il particolare con una simile intensità, è capace di affrontare tutto; quando, invece, un ragazzo ha davanti 10.000 cose, ma non percepisce l’intensità di niente, non è capace di affrontare niente. Tiriamo su i ragazzi e, a 20, 25 anni, devono mettersi con uno essendo fedeli per tutta la vita. Ma ci rendiamo conto: al giorno d’oggi capire che il fattore principale dell’amore è la fedeltà? Normalmente si dice che c’è l’amore e poi c’è la fedeltà; l’amore è l’entusiasmo, poi devi essere fedele, non si pensa mai che l’uno senza l’altro non esiste. Come la mamma, che vuole bene al suo bambino quando si alza la notte a dargli da mangiare, più che quando lo coccola. Noi dobbiamo proprio insegnare a vivere il particolare con questa intensità e, per questo, facciamo in modo che i nostri ragazzi incontrino oltre a noi altri che comunichi la stessa cosa. Facendo così, facilitiamo l’apprendimento, perché quando i ragazzi hanno 14/15 anni, di noi possono anche non poterne più. Ma se incontrano altre persone che sono amici nostri, magari anche più giovani di noi, che dicono le stesse cose, questo è un grandissimo aiuto all’educazione. La scuola, l’amicizia, deve essere l’aiuto a questo. Quando un ragazzo ha davanti un insegnante, o un genitore che gli parla e gli fa le raccomandazioni, il primo pensiero è che lo fa per mestiere, di genitore, di insegnante, o di prete; chi lo dice che «L’educazione è l’introduzione alla realtà totale» (Cfr. L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così? BUR 1996, p. 390).
Ne Il rischio educativo, don Giussani cita un autore tedesco, Jungmann, che convince veramente è il suo compagno di banco, che ha la sua età e che vive le stesse cose. Allora è fondamentale che ci sia una compagnia, ci sia un’amicizia che ti introduca alle cose importanti della vita. Noi come adulti dobbiamo favorire questo con una proposta insistente, continua, senza scavalcare i ragazzi, ma mettendoli alla prova nel seguire quello che proponiamo loro. Bisogna avere coraggio.

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