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Famiglia e identità della persona: un’avventura e un compito

INCONTRO con prof. EUGENIA SCABINI

Varese, Convitto De Filippi, 12 giugno 2014 

La prima cosa che voglio dirvi è che, senza sminuire l’affetto e l’amicizia di chi mi ha invitato, mi ha spinto ad accettare questo invito il fatto che la vostra scuola si chiami “Manfredini”. Io ho un ricordo vivissimo e grato a Mons. Manfredini. E’ un uomo che ho conosciuto di persona: la sua pacatezza, il suo stare sempre positivamente dentro le cose e poi questa sua repentina uscita dalla vita, mi avevano profondamente interrogato quando ero ragazza. Non sapevo che ci fosse una scuola intitolata a lui e, quando mi è arrivato l’invito, ho pensato “Vado; lo faccio per chi mi ha invitato, ma lo faccio anche per lui”.

Questa è una cosa che ci tenevo a dire.

Mi sono arrivate anche tantissime vostre domande. So benissimo che le famiglie hanno dei problemi molto specifici e molto concreti. Non aspettatevi che io risponda su questo aspetto, perchè i problemi specifici sono molto particolari e chiunque capisce che in una conferenza si possono dare solo dei lineamenti.

Credo che il mio compito sia un po’ diverso. Alla fine potremo discutere un po’.

Mi avete dato come titolo “Famiglia e identità della persona”.

Questa parola “identità” è una parola contestata adesso (identità dà l’idea che ci sia un filo rosso che fa sì che uno si riconosca in aspetti vari e molteplici). Adesso va di moda invece la iperflessibilità: oggi “a” e domani “b”, prima uomo poi donna, prima in un modo poi in un altro e poi un altro ancora. L’identità è una parola che un po’ spaventa. Ma voi l’avete messa nel titolo, per cui vediamo cosa vuole dire.

La domanda dell’identità è “Chi sono io?”. Provate, visto che siete in una scuola o siete genitori, a chiedere a un bambino di presentarsi. Il bambino risponde: “Mi chiamo, ho tanti anni, il mio papà si chiama così, la mia mamma si chiama cosà”. Cosa vi dice? Il nome indica l’aspetto personale, unico; il cognome invece riporta al fatto che lui appartiene a una storia familiare. Quando lui si presenta, vi dice che è un figlio. E’ diverso dire “Io sono un bambino” oppure “Io sono un figlio”, è molto diverso! Non ci sono bambini che non siano figli. Sembra una cosa banalissima, ma in realtà la cultura odierna ci abitua a pensare ai bambini, ma non al fatto che sono figli. Ma l’essere figlio è un aspetto centrale dell’identità del bambino tanto che, se glielo chiedete, ve lo dice subito.

Adesso facciamo lo scherzetto di chiedere al papà e alla mamma, a un adulto “Chi sono io?”. Questi rispondono: “Sono il padre di, faccio questa professione (è un aspetto dell’identità molto importante)”. Questo è un aspetto vero, ma parziale perchè, dal punto di vista familiare, l’identità dell’adulto ha almeno 3 aspetti: quello di essere genitore, quello di essere coniuge, ma anche quello di essere figlio dei suoi genitori. Quindi l’identità personale matura, funziona tanto meglio quanto più questi 3 aspetti vengono tutti presi in considerazione e non, per esempio, che l’aspetto dell’essere figlio venga totalmente dimenticato; lo stesso per l’aspetto dell’essere coniuge.

Quindi facciamo un passo in più. La tua identità come genitore ha a che fare con il fatto di essere coniuge. Spesso le mamme vengono a scuola e dicono “il mio bambino” – già sarebbe meglio dire “mio figlio”, ma questo è per la cultura moderna che ci attraversa – e io sottolineo “nostro figlio”. Questo tradisce che, anche in quello, risentiamo della cultura che fa vedere il figlio come qualcosa prodotto dal singolo, in cui l’aspetto coniugale viene messo in seconda istanza. In realtà questo è un punto importantissimo nell’educazione e nel fatto che ci siano un’avventura e un compito: il figlio è il figlio di famiglia, è un generato, e gli adulti sono dei generanti. Queste parole non si usano, ma in realtà sono la verità dell’essenza della famiglia. Se c’è una relazione coniugale, questa relazione coniugale va curata. Non c’è un’avventura familiare educativa nella quale il figlio possa trovare un posto se non trova due generanti, il padre e la madre, cioè quelli che lo hanno generato. L’origine è un fatto che implica due, non si può generare da soli. In generale, noi ci rappresentiamo da soli (io mi autorealizzo, io genero, io faccio…). Questo è un punto importantissimo sul quale la cultura odierna è poco sensibile. Spesso è il figlio che fonda la coppia, invece che essere la coppia che genera il figlio, è il figlio che dà significato alla coppia, la coppia sta insieme per il figlio; questo è molto diverso dal fatto che la coppia genera il figlio, si identifica chiaramente con una responsabilità nei confronti del figlio, ma è gerarchicamente superiore al figlio. Bisogna dirsele queste cose: la famiglia non è un gruppo di pari, le generazioni precedenti hanno una responsabilità rispetto a quelle successive. Possiamo teorizzare che il genitore deve essere un amico; sì, certamente, oggi e giustamente ci sono delle relazioni man mano che i figli crescono, molto più paritarie di quelle di un tempo ma, quello che si sta smarrendo, è che c’è una distanza, nel senso di una responsabilità precisa, delle generazioni precedenti rispetto a quelle successive. Questa non può essere evitata ed è la responsabilità precipua dei generanti, della coppia dei generanti. Vuol dire che occorre una cura della relazione coniugale specifica e questa cura è importante per l’educazione dei figli esattamente come è importante rendersi conto dei bisogni dei bambini. Nelle famiglie con bambini piccoli ovviamente per molti anni si è presi da questo tipo di compito, si è molto assorbiti da questo tipo di compito, ma questa avventura va alimentata da una cura della relazione, da una ricerca di consistenza della relazione, dal rendere partecipe al figlio.

Vi leggo una frase da uno dei più bei libri che abbia letto, “Il bambino sovrano” di un pediatra francese, Daniel Marcelli: “Ci sembra che attualmente l’adulto si aspetti dal figlio il senso della propria esistenza, mentre una volta era il figlio che cercava nel genitore quel che avrebbe potuto diventare o non diventare la propria vita. Non è forse quello che dice implicitamente l’adulto quando, alla domanda su che cosa farà un giorno suo figlio, risponde quasi sistematicamente: “Quel che vorrà; l’importante è che sia felice”? Questo “dover essere felice” non rappresenta forse una sottile ingiunzione dei genitori perchè il bambino offra all’adulto il senso esistenziale che al momento manca all’adulto?” 

Trovo che questa frase dice qual è la trappola odierna, la trappola nella quale tutti un po’ cadiamo: a fronte di una maggiore, importante e giusta acquisizione di sensibilità nei confronti della crescita dei bambini – sensibilità che a volte c’era e a volte non c’era nelle generazioni di parecchi decenni fa in cui si faceva di tutte le erbe un fascio e non si era così attenti alla visione del bambino – l’adulto pare avere un po’ smarrito il senso della sua vita e spesso è il figlio che rappresenta il senso della vita. Questo è un guaio: i figli sono la cosa più importante che abbiamo nella vita, ma non sono loro il senso della vita; se loro diventano il senso della vita, ci si lega in un rapporto di reciproca sudditanza, di reciproca seduzione. E’ il nostro dramma. Alcuni di voi mi hanno scritto degli episodi simpatici sulla difficoltà a dare delle regole, la difficoltà a dare dei limiti: al fondo c’è la paura che, facendo così, si perda l’affetto dei figli e, se si perde l’affetto dei figli, non sappiamo più chi siamo.

Stiamo perdendo questa distanza, che è la distanza di chi guarda l’altro generato come una persona che ha un compito, un destino, che noi accompagniamo ma che non è il nostro; e comunque il suo compito non è quello di dare a noi il senso della vita, non è quello di riempire il buco delle nostre domande, di colmare il dramma della nostra vita.

La famiglia è un luogo drammatico, non è che la famiglia è rose e fiori. E’ drammatico perchè è un luogo dove si vive e si muore: vivere, morire, crescere, andare d’accordo, intendersi tra marito e moglie – quindi tra un maschio e una femmina che sono due mondi tutti diversi – non è una passeggiata. I figli non hanno bisogno di vedere che i genitori non hanno problemi, ma hanno bisogno di vedere che i genitori affrontano i problemi, che cercano di risolverli, qualche volta li risolvono e qualche volta no, ma hanno bisogno di vedere che lottano, che affrontano le prove della vita. Questo messaggio è importantissimo. Certo che quando il conflitto è troppo non va bene, ma non esiste unità familiare se non è una vita un po’ conflittuale. Quello che i figli si portano a casa è che le prove della vita si affrontano.

Questo è il primo punto: la relazione coniugale come un luogo dove noi adulti dobbiamo vedercela con il senso della nostra vita. I figli sono una parte importantissima della nostra vita, a loro partecipiamo questo senso ma, se loro diventano l’unico motivo della vita, questo non fa crescere, è ciò che impedisce di crescere. E allora abbiamo tutto questo grande affetto…, ma questa non è la parola giusta, perchè l’affetto è una cosa importante invece spesso diventa solo un sentimentalismo, un’emozione; l’emozione è una cosa che è intensa e breve e che rimane dentro il soggetto; l’affetto invece è un legame profondo che ha tante diverse colorazioni nella vita e può essere gioioso o triste; l’affetto è qualcosa di più serio.

La mia relazione con l’altro che ha generato con me. L’origine della responsabilità verso il figlio nasce da un dare un senso concreto alla vita da partecipare al figlio. Sempre questo autore dice che, se non c’è questo dare un senso, invece che educazione, e-ducere, c’è il seducere; l’educazione diventa una seduzione, cioè c’è un condurre tutte le cose a sè (mi gratifica, non mi gratifica); di qui il grande tema che voi dite del lasciar soffrire, del dare una punizione, del tollerare che il ragazzo possa, in una certa misura, avere una sua sofferenza, dell’affrontare un tema e lasciare che lui se la cavi. E’ la nostra generazione che è molto spaventata su questo; le generazioni precedenti non erano così intimorite. Una di voi mi diceva: “Io faccio i sacrifici volentieri, però quando devo chiederli ai miei figli sono molto più spaventata”. In realtà queste sono le prove della vita che loro devono poter affrontare. E’ chiaro che questo deve essere graduale, ma l’educazione non deve diventare seduzione reciproca. Su questo i bambini ci marciano subito, perchè l’essere umano nasce intelligente e furbo; sanno che se fanno in un certo modo, ottengono quello che vogliono. Vi racconto un episodio: la prima volta che sono venuti i miei nipotini a casa, io ero un po’ ansiosina e allora ho chiesto: “La pasta asciutta la vuoi bianca o rossa?” e lui mi ha risposto: “Verde” (pesto). Allora mi sono detta: “Scema, perchè hai fatto la domanda?”. Allora la volta dopo ho fatto la pasta asciutta solo rossa e, se uno la voleva bianca, la si metteva sotto il lavandino. Se precocemente chiedete loro un parere quando loro non se lo sognerebbero neanche e andrebbero tranquillamente dietro la vostra proposta, cominciate voi a creare tutto un problema. Spesso complichiamo le cose perchè siamo i primi a dubitare. E’ chiaro che ci può essere il caso di qualcuno a cui non piace davvero una cosa, ma spesso li si mette precocemente di fronte ad una certa serie di pensieri che sono più la preoccupazione dell’adulto che del bambino.

Un’ultima cosa sulla cura della relazione coniugale come avventura dell’identità: i bambini, i ragazzi, i figli, non hanno solo bisogno (questo è tipico della famiglia) di un buon rapporto con il papà e con la mamma, perchè loro non si identificano solo con il papà e con la mamma. Si identificano anche con il rapporto tra loro due, se lo portano dentro; è una cosa di cui all’inizio sono spettatori ma che comincerà a venir fuori nell’adolescenza. Quando dovranno fare la loro scelta affettiva, dove volete che peschino cosa vuol dire un rapporto tra un uomo e una donna? Da quello che hanno visto nei loro genitori. Quindi si identificano anche con la relazione tra di loro, non solo con il papà e con la mamma. Ma noi lo dimentichiamo. E’ il tema della affidabilità delle relazioni ed è importante vedere che la relazione tiene, è viva, sa lottare, sa affrontare la realtà. Va bene andare d’accordo, ma non è che i bambini hanno bisogno di avere due genitori pappagalli che dicono tutti e due sempre la stessa cosa, hanno bisogno anche della diversità del singolo temperamento. Spesso è uno dei genitori che impedisce all’altro di essere se stesso; soprattutto le madri dicono che il marito deve fare in un certo modo; invece: lasciate fare a lui (a meno che non faccia delle cose proprio sbagliate), si intenderà lui con suo figlio alla sua maniera. La libertà nelle relazioni e la varietà nella situazione fanno bene, non sono una preoccupazione nostra.

Adesso si insiste tanto sulle competenze che devono avere i genitori. Io sono d’accordo ma la competenza non tocca tanto ai genitori. Quando io facevo la prima media, facevo il latino e mio padre e mia madre non sapevano nemmeno cosa fosse il latino; quali competenze pensate che avessero? Non ne avevano! Io mi porto dentro un’altra cosa: di fronte alle difficoltà della vita certe volte mi sono trovata delle energie che non sapevo di avere, io credo che me le abbiano date i miei genitori. Uno psicologo ha detto: “La famiglia rende umani; qual è il compito della famiglia? Rendere umani gli esseri umani”. Il compito di umanizzazione è un compito lungo, non è che uno nasce già umano, lo deve diventare. Uno diventa umano se è capace di legami affidabili nei quali poi inserisce anche le competenze; ma le competenze, senza legami affidabili, sono cose da automi, da computer, da animali addestrati. Ma addestrare e dare competenze non è il compito della famiglia. Il compito di tutte le famiglie, di quelle istruite e di quelle meno istruite, deve poter essere quello fondamentale di rendere umani gli esseri umani, di far passare la grammatica delle relazioni, cioè cosa vuol dire legarsi bene, legarsi liberamente, fare affidamento su un altro. Quando fai affidamento su un altro, non hai bisogno di diventare diverso da quello che sei; nessuno vuole essere amato diverso da quello che è. Tu sai che puoi fare affidamento e lanciarti nella tua avventura: questa è la famiglia. La famiglia è ciò di cui tu sai che ti puoi fidare.

Quindi, relazione coniugale e il genitore è un figlio.

Se ci dimentichiamo queste due cose, siamo fritti. E’ questo che rovescia veramente la questione, altro che genitore-amico! Anche il genitore, che dà la vita, è debitore della vita a un altro e quindi genera perchè è grato; dà la vita in quanto risposta alla vita che ha ricevuto. E’ questo che inserisce il compito del genitore dentro una catena di generazioni che pareggia un po’ i conti. Questo fa sì che non ti aspetti immediatamente risposta a quello che hai seminato perchè ti ricordi di come eri, di come eri figlio, di come eri adolescente, di come non hai capito i tuoi genitori per tanto tempo e sai che ci vuole tanto tempo per capire queste cose. E comunque tu non sei padrone della vita di tuo figlio, nel senso che tu la vita l’hai ricevuta. Se ci dimentichiamo di essere figli, non riusciamo ad essere dei genitori. Questo è un punto che la nostra cultura mai ci dice. Tutti nasciamo autogenerati, già imparati. Un po’ è sempre successo: le nuove generazioni pensano a quelle precedenti con supponenza. Una volta cantavamo una canzone francese che diceva: “Nous ne sommes pas meilleurs que nos pères” “Noi non siamo migliori dei nostri padri, anche se pensiamo di esserlo”. Lo dicevamo da ragazzi ma, in realtà, io pensavo che ero migliore dei miei padri; adesso, che ho visto la fine della faccenda, canto questa canzone dicendo “Sì, io credevo che avrei rivoluzionato il mondo, che avrei fatto meglio, ma la vita è quello che è”. Ma questa non è la delusione di non essere riuscita, è una buona distanza dalle cose per cui riconosci che la vita è talmente misteriosa e che quello che ne viene fuori non è merito tuo.

La tua consapevolezza di essere figlio, inserisce a sua volta tuo figlio nella storia delle generazioni. Aiutate i vostri ragazzi a fare gli alberi genealogici delle vostre famiglie, raccontate loro la storia delle vostre famiglie. I bambini sanno chi sono, se hanno un posto nella storia familiare. Non si tratta solamente di come uno è adesso, ma è importante l’idea di essere dentro una storia, di avere un posto in questa storia, in questa genealogia familiare. Raccontate del nonno, di quello che è successo, perchè il bambino si mette nella catena della tradizione. E’ la storia, è il far parte di un corpo fatto di dati, di azioni, di fatti capitati, è storia sociale, tradizioni, costumi. I significati sono dentro lì e far partecipare i nostri figli a questi significati è il nostro compito; loro poi dovranno ritrasformarli, non è che a tutti i costi dobbiamo ritrasformarli noi per essere “à la page”; io ho fiducia che loro lo faranno; il mio compito è di dire come abbiamo trattato noi questa storia, poi loro, su questa falsa riga, la trasformeranno a loro volta; però è una storia piena di significati. Vi faccio un esempio: il dare il nome a un bambino dice qualcosa del senso della vita. La vita della famiglia è concreta per cui una volta, soprattutto al sud, si dava al bambino il nome del padre anche vivente o del nonno, proprio per insistere sull’appartenenza familiare, oppure il nome di un santo o di una persona significativa per la famiglia. Quando io aspettavo il mio secondo figlio non c’era l’ecografia e quindi non sapevo se era un maschio o una femmina. Mio marito aveva una nonna che è vissuta centenaria, quindi era dell’800, e che rappresentava una cultura molto lontana dalla mia che ero una cittadina, molto più intellettuale di loro. Ma questi parenti di mio marito mi incuriosivano tantissimo, il modo come mi guardavano, come mi trattavano; avevano un modo di volermi bene che non conoscevo. Questa nonna ad un certo punto mi ha detto in dialetto: “Se vuoi una bambina, devi pregare Sant’Anna: Sant’Anna è la donna più fortunata della terra perchè ha avuto come figlia Maria”. Pensate che tradizione finissima per la psicologia femminile: non era fortunata la Madonna perchè era nata senza peccato originale ma, come donna, era fortunata Sant’Anna perchè aveva avuto una figlia più importante di lei. (Naturalmente mia figlia si chiama Anna). Io ricordo la commozione profonda che mi ha preso (io, professoressa universitaria!) di fronte a questa donna anzianissima che mi ha comunicato, dentro la sua tradizione, una finezza di significati e un legame profondo (anche lei voleva una bambina, perchè voleva che io fossi fortunata).

La storia familiare è la storia sociale, la storia delle tradizioni, la storia che ha dato significato alle nostre famiglie ed è una storia anche religiosa. I significati si prendono da tante cose. Dobbiamo introdurre i bambini a tanti significati, che sono le circostanze della vita (come si mangia, come ci si ritrova, come ci si tratta etc…) perchè il bambino ha bisogno di sentirsi parte di questa storia. Adesso siamo tutti sul piatto, sulla competenza immediata, misurabile, da acquisire, da spendere, da trovare, e manca il respiro. Dobbiamo avere uno sguardo diverso sui nostri figli. Quando sono piccoli, provate a immaginarveli 10 – 20 anni dopo. Di solito siamo tutti lì presi dal presente; loro cresceranno, avranno le loro avventure e faranno le loro scelte, chissà che mondo incontreranno, avranno la responsabilità di crescere dei loro figli… Guardate il mistero del loro destino, guardateli con questi occhi, magari quando sono addormentati. Quando dormono sono lì abbandonati e non rispondono rimbeccando. Li guardi così e li affidi al destino. Noi li generiamo, ma è Dio che, attraverso la generazione umana, dà loro la vita. I genitori danno qualche cosa, ma l’essere umano ha dentro un mistero più grande di cui il genitore è tramite, ma di cui non è il padrone. In una cultura nella quale in fondo tanti si concepiscono padroni della vita e quindi creano una serie di controlli micidiali sulla vita altrui (la patologia odierna è tutta sul controllo, tutto è da controllare e poi si capisce che la vita va fuori), noi rovesciamo il problema e ci affidiamo a quella fonte di paternità che ci precede. Solo in questo modo, io credo, riusciremo a dare ai nostri figli e alle nostre famiglie il senso dei legami affidabili.

Queste sono le cose che mi ha suscitato il titolo dell’incontro di questa sera “Famiglia e identità della persona: un’avventura e un compito”

Costante Portatadino: la presenza femminile questa sera è significativamente molto maggiore di quella maschile.

Eugenia Scabini: i padri sono decisivi in questo “maternage” dilagante e un po’ melmoso (ti curo, ti proteggo). La presenza paterna è quella che spinge un po’ in fuori. Padri e madri hanno anche una funzione un po’ diversa, quindi faccio un appello ai padri, ma anche un appello alle madri di lasciar fare ai padri, perchè tante volte siamo noi che freniamo “No, ma dopo poi lui chissà cosa fa”. Siamo anche passati da un estremo all’altro. Cinquant’anni fa la mamma diceva “Lo dico al papà” e tutti i figli si mettevano in riga, adesso non è così. D’altra parte il triangolo di mettere l’uno contro l’altro non funziona, non va bene (la madre e il figlio contro la maestra). Gli adulti devono stare insieme, il più possibile devono avere la loro responsabilità.

Domanda: oggi molte coppie scelgono di non avere figli, pur potendone avere. Questo fa parte di qualche background che a loro volta hanno avuto in famiglia e quindi sono spaventati dall’avere figli?

Eugenia Scabini: intanto bisogna capire; spesso dicono che non li vogliono perchè non riescono ad averli ma si vergognano di dirlo. Su questo ci sono tanti tabù. Anche le madri, quando la figlia è da un po’ di anni che è sposata e non ha figli, non osano parlarne. C’è un altro fattore molto comune: giocare al dilazionamento. Questo è il dramma odierno. In Italia poi è così: ti sposi tardi, fai i figli ancora più tardi, tante volte controlli le nascite e programmi e poi, quando decidi di averli, questi non arrivano e vai in una crisi nera anche perchè la curva della fertilità precipita con l’età. A furia di rilanciare in avanti, quando i figli sono desiderati, non arrivano più. In America ci sono i gruppi dei “childless” che teorizzano il fatto di non avere figli; io credo che questi siano arrabbiati con la vita e sia successo forse qualcosa anche con le generazioni precedenti. Quando un figlio si sposa e ha dei figli, per il genitore è un modo indiretto di sentirsi dire che è contento di essere stato messo al mondo, è un modo di restituire al genitore; il non volere figli è un modo di fare una cattiveria anche al genitore. Questo esempio ci aiuta a capire l’importanza delle relazioni tra generazioni che noi abbiamo perso: se tu vuoi essere nonno, non riesci se tuo figlio non ti fa diventare. C’è un legame tra le generazioni potentissimo. Ci dimentichiamo queste cose, ma la realtà è così! Tra l’altro l’esperienza di diventare nonni ha questo aspetto di grande gratuità: per un atto non tuo, hai un dono che hai desiderato e tu non ci hai messo niente. Ma non è vero che non ci hai messo niente. Quando ci sono le feste di compleanno, io dico ai miei nipotini: “Sì, ma se la nonna non avesse fatto il papà, voi non ci sareste”. E’ un pensiero vero che ti fa capire che sei legato, che c’è un dono e un debito. In famiglia i doni sono sempre legati a dei debiti: hai ricevuto la vita, ma non la puoi ridare ai tuoi genitori che te l’hanno data; puoi solo darla, ridandola a un altro. E’ una logica stranissima perchè non è che tu lo devi restituire al mittente, certi doni non li puoi proprio restituire. Quando i vostri genitori sono malati, cosa non fareste per ridare loro un po’ di salute, ma non potete. Potete solo farli felici dando a vostra volta a qualcun altro, e loro capiscono che avete capito la lezione. Nella famiglia si vede la logica delle cose sociali.

Costante Portatadino: quale esperienza specifica della famiglia costruisce un legame sociale ancora più forte? Se il legame nella famiglia oggi si indebolisce è perchè è caduto anche il legame sociale?

Eugenia Scabini: sicuramente

Angela Cottini: mi collego anch’io. La famiglia non può essere vista semplicemente come un problema, ma come una risorsa, perchè è una risorsa da tutti i punti di vista. I genitori di adesso sembra che non siano più in grado di educare. Ci sono un’ansia e un timore che sono veramente paralizzanti. Anche all’interno di una situazione familiare di difficoltà, magari di separazione, il compito dei genitori comunque rimane tale e quindi è un compito che va speso, che va detto. Se ripenso a me con i miei figli piccoli, ero incosciente, mentre adesso i genitori si occupano moltissimo dei figli, anche come tempo.

Eugenia Scabini: in quello che hai detto ci sono tanti aspetti. Il primo è che adesso c’è la crisi da tutti i punti di vista anche culturale, però c’è anche veramente poco sostegno ai genitori, nel senso che la famiglia è spesso sul banco degli imputati, come se si chiedesse costantemente troppo. E, di fronte a questo compito, uno è inadeguato. Il Papa, alla fine dell’incontro con le famiglie sull’educazione, ha detto questa frase abbastanza nota: “Occorre un villaggio per educare un bambino”. Questo è un po’ quello che dicevamo sulla tradizione. Se la famiglia è isolata, se non è dentro un contesto che dà un significato di abitudini, di tradizioni, di modi di comportarsi, di scelte (di cui la scuola è parte integrante), se la famiglia è da sola, ha un compito difficilissimo. Prima i genitori potevano contare su un’alleanza tra adulti abbastanza omogenea (per cui se il tuo bambino faceva una cosa, interveniva quell’altro che lo sgridava; se il bambino andavo a casa a dire che la maestra aveva fatto qualcosa, la mamma era subito d’accordo con la maestra e lo metteva in riga), c’era una coralità; adesso la famiglia è troppo isolata, non è sostenuta socialmente nemmeno nelle piccole comunità. Questo punto ci deve aiutare adesso a riscoprire quello che io chiamo “l’aspetto fraterno”. Nella famiglia non c’è solo l’aspetto materno e paterno, ma c’è anche l’aspetto fraterno. Si può essere fratelli di sangue o fratelli di condizione. I genitori insieme sono dei fratelli che si aiutano nel compito educativo. Noi dobbiamo sviluppare molto questo aspetto fraterno, adesso che quello del rapporto tra generazioni è diventato un po’ più difficile, perchè le modalità cambiano rapidamente. Si deve sostenersi concretamente in un’opera educativa che è solo del genitore, ma non del genitore da solo; è principalmente del genitore perchè nessuno lo può sostituire in questo, ma non del genitore da solo. Da solo uno non ce la fa, neanche quando il bambino è piccolo perchè lo si strozza. Condizioni aggregative come quelle che ruotano attorno alle scuole, adesso sono assolutamente essenziali. Uno psicologo diceva che le fasi dell’educazione sono: generare, prendersi cura e lasciar andare. Questo lasciar andare adesso è anche precoce perchè tutto interviene a dire la sua parola dentro le mura domestiche. O avete alternative vitali più attraenti, che prendono e che legittimano certi comportamenti oppure, se siete da soli a dire che il figlio deve rientrare alle 9 di sera, non ce la fate. Dovete poter offrire dei “costumi alternativi”, delle forme di vita condivise ed attraenti, non noiose, che siano delle esperienze nelle quali voi li conducete e che allarghino la famiglia. Questo abbastanza da subito. Per questo, altro che alleanza famiglia-scuola, molto di più! E attorno alla scuola, non solo perchè ognuno ha i suoi compiti, ci sarà una serie di iniziative, una serie di forme di vita, di esperienze di vita, di ricordi di vita che uniscono. I legami si nutrono di queste cose. I rischi ci sono ma, ad esempio, io vedo i miei nipotini delle medie che partecipano ai gruppi scout; quando devono venire dalla nonna, non sono contentissimi; io li capisco: io non sono più adeguata, anche se faccio gli gnocchi. Ma vedo che sono contenti di andare agli scout, che questa cosa li attrae, che lì trovano un loro mondo e anche precocemente. Tutte queste forme aggregative sono assolutamente essenziali. Tra le competenze dei genitori, questa è la competenza di un legame affidabile che si estende: voi dovete fare in modo che questa catena di legami, oltre che tra le generazioni, ci sia tra fratelli di condizione, tra persone che condividono lo stesso problema, la stessa avventura educativa, che condividono la crescita dei loro figli in una società che, come quella di oggi, è molto dispersiva. Io questo lo ritengo fondamentale. Quando si dice che bastano le “buone basi poste dalla famiglia” è vero solo in parte. Se è solo la famiglia chiusa su di sè, che cosa volete che possa difendere nella società? E poi non è che il genitore deve essere in grado di fare tutto. Bisogna fidarsi di un altro che sa fare certe cose e che vede più di noi. E’ importante anche cercare di vedere i figli con gli occhi degli altri: questa è la cosa che mi ha aiutato di più nella vita quando, con i miei figli, ho avuto qualche dubbietto. Non sono mai andata in crisi come le copie di adesso perchè io, ad un certo punto, dicevo: “Ma se la caveranno!” Comunque, quando ho avuto qualche dubbio, ho trovato le risposte parlando con qualcuno di cui mi fidavo e che conosceva bene i miei figli. “Tu pensi così, ma io ho guardato tuo figlio e ho visto un aspetto diverso…” Perchè un altro che guarda tuo figlio, non come un estraneo ma anche lui come corresponsabile per la sua parte, ti aiuta molto a vedere delle cose che tu non vedi. Il genitore ha una sua cecità; e allora sapere che uno è un po’ cieco, fa andare da un altro e chiedere “Ma tu come lo vedi?” e così vedi i tuoi figli attraverso gli occhi degli altri. E’ come mettere gli occhiali 3D. Inoltre i ragazzi si comportano con voi in un modo e con gli altri in un modo diverso ed è bello scoprire cose che non si sarebbero mai pensate; però lo puoi fare se sei legato ad altri. La storia dei legami affidabili è il punto di forza, la vera risorsa. Ai genitori compete di badare a queste cose; poi anche al fatto che studino, che facciano…ma, se trascurate questi legami, dopo un po’ li perdete. Aiutatevi a guardare con gli occhi degli altri, occhi che ti dicono di un bene, oppure che ti mettono anche in allarme: sono un aiuto. Quindi: relazione fraterna.

Clara Patelli: ha accennato prima ad un’alleanza fra gli adulti ma, allo stesso tempo al fatto che, se il padre è fatto in un certo modo e la madre in un altro, ci sia lo spazio perchè entrambi si esprimano. Come si salvaguarda l’alleanza tra marito e moglie pur in modalità a volte veramente differenti? E anche nei confronti di altri adulti, ad es. i professori.

Eugenia Scabini: tra i coniugi direi che la prima cosa è aver fiducia nell’altro, cioè lasciare all’altro uno spazio di fiducia. Quando mio figlio maschio è diventato più grande, su certe cose mi pareva di non capire bene la sua psicologia maschile, per cui ho detto a mio marito di vedersela lui con nostro figlio. All’inizio ho fatto un po’ fatica perchè non avevo così fiducia che lui fosse in grado di farlo bene. Non era così evidente ma alla fine, gratta gratta, c’era sotto una questione di sfiducia. Ognuno di noi crede di essere il maestro più affidabile; siamo tutti in crisi, ma pensiamo sempre di essere quelli che ne sanno di più. La prima cosa è la fiducia. Non una fiducia cieca tanto che poi, se succede qualcosa che non va, si ridiscute. Il tema della fiducia è molto importante, ma non è così facile darsi fiducia e legittimarsi a vicenda. Una volta il genitore era legittimato socialmente; adesso, se non ci diamo autorevolezza e, se non ci richiamiamo la responsabilità, non ce la richiama nessuno. La seconda cosa è monitorare, perchè le cose vanno anche riviste: uno cerca, fa, prova, va anche per tentativi, ma poi i due genitori devono confrontarsi e sentirsi. Bisogna però lasciare sempre un po’ di rischio. Il rischio non si può evitare. I ragazzi che vedo all’università sono spaventosamente ragazzi che non hanno rischiato niente, perchè i genitori hanno anticipato troppo le cose che sarebbero loro capitate; ma loro devono sbattere la testa! Hanno fatto sempre bene tutti i compiti, ma hanno bisogno di provare a prendere almeno una volta un brutto voto. Quando uno sa se vale o se non vale? Prima di essersi provato non lo sa. Tante volte mi è capitato di pensare: “Non credevo che in quella situazione me la sarei cavata”; oppure: “Pensavo che in quella situazione me la sarei cavata e invece no”. Ma non lo so tanto prima, lo so se mi ci butto. Certamente ci vuole un po’ di buon senso, però guardate che adesso la situazione è che le persone non fanno delle esperienze, oppure possono fare delle esperienze solo se le raccontano. Eravamo nel ’68 quando cominciava a girare droga e una mia amica aveva due figli maschi un po’ più grandi dei miei. Lei era una teorica del dialogo e mi ha detto: “Sai, adesso questi ragazzi promiscui…” Le ho risposto: “E quando anche un tuo figlio ti dice che è una andato a letto con una ragazza, tu cosa gli rispondi? Io ben mi guardo perchè, se me lo faccio dire, poi devo anche rispondergli!” Lì ho capito che il problema non è “purchè me lo dica, la cosa è sotto controllo”. Questo è il meccanismo per cui il genitore si sente non escluso dalla vicenda. Questa è la dinamica nostra: vogliamo essere dei protagonisti. E no! Non è che basta che il figlio me lo dica, ti devi rendere conto che dopo devi prendere una posizione. Certo un genitore cerca di capire con chi e dove vanno i figli, cerca di tenere un po’ sotto controllo, però non ci si può sostituire a loro, ad una certa età, proprio no. Questo è un rischio. I figli vanno, sposano chi vogliono loro e lì si apre tutta un’altra partita. Mio figlio da piccolo aveva una carnagione olivastra e una tutina tutta bianca. Quando lo portavamo in giro a due o tre anni, tutti mi dicevano che era un bel bambino e io pensavo “Dopo arriva una che me lo porta via…” e avevo ragione! Dobbiamo perciò fare tutto il nostro dovere, ma anche con un po’ di libertà perchè poi dopo li si può affidare a qualcuno che li aiuti di più; il nostro potere è limitato, non è che siamo così onnipotenti! Questo, dentro un certo contesto di affidabilità, fa parte del patrimonio di vitalità che uno dà, poi se la caveranno loro, capiterà qualche cosa. Quando si hanno ragazzi che crescono, bisogna abituarsi a pensare queste cose perchè depura un po’ dal prendere il particolare perdendo l’orizzonte. I ragazzi hanno bisogno di capire che le cose hanno un orizzonte, che c’è una gerarchia di cose importanti. La cosa più importante di tutte sono i legami affidabili, è creare legami affidabili, poter contare su legami affidabili: questa è una grandissima risorsa. E, se non sono legami d’amore, saranno legami di amicizia. Ci sono tanti tipi di legami e, più uno ne ha, meglio è. Secondo me, l’amicizia senza l’amore ci può stare, ma l’amore senza amicizia non ci può stare. L’amicizia vera, perchè il legame di amicizia è più semplice di altri tipi di legame. Se date anche questo tipo di bagaglio ai vostri ragazzi, date un bagaglio importantissimo. Su molte altre cose tutti insistono, fino al punto che queste occupano tutto lo spazio. E’ importante capire quali sono le cose decisive, a cui dare tempo ed energie. I legami si coltivano, devono essere nutriti, bisogna dar loro del tempo, bisogna dare dei segni, bisogna fare una telefonata, bisogna mangiare insieme… La vita è concreta!

Domanda: mi è capitato in un dialogo con dei ragazzi di terza media sulla famiglia e il gender, di avere l’impressione che non ci fosse niente di oggettivo, ma che considerassero tutto relativo. Alla fine della discussione ho fatto vedere una penna, ho chiesto loro cosa fosse e ho avuto varie risposte. Mi sembra che ci sia una grande debolezza e che non ci sia più niente di certo e oggettivo, nemmeno che una penna sia una penna. Come insegnante, come posso aiutare i ragazzi su questo?

Eugenia Scabini: dipende! Questo è quello che adesso dicono tutti. Questo è il sintomo di qualcosa che è franato prima. Le nuove generazioni sono frutto di esperienze che sono meno stabili, meno sicure e allora tutto è incerto. Come insegnanti si può discutere, perchè senz’altro la discussione intellettuale e culturale va bene, ma non bisogna andar dietro ai ragazzi dialetticamente, perchè loro spesso fanno apposta a provocare su queste cose. E’ meglio dire: “Fammi capire, come si fa un bambino? Si fa solo se c’è un seme maschile e uno femminile”. Invece di fare la discussione, bisogna far mettere gli studenti nei panni del bambino nato in questo modo; questo bambino, quando deve cercare uno dei due genitori, non ce l’ha; come si può sentire? Ho visto che, facendoli mettere dalla parte del risultato di questa cosa, loro si sorprendono. Ho fatto fare un disegno sulla famiglia a un gruppo di studenti di un’università cattolica. Molti hanno fatto un maschio e una femmina con un cuoricino; uno ha fatto due figure metà maschio e metà femmina, con un cuoricino in mezzo, con la scritta “La famiglia è sempre la famiglia” e sotto un bambino un po’ anchilosato, strano, uno sgorbietto. Subito mi è venuto un colpo, poi mi sono ripresa e ho detto: “Che disegno curioso!” Silenzio assoluto dall’altra parte. Ho continuato: “Non ho capito perchè quel bambino è così piccolino e conciato”. Uno dal fondo risponde: “Perchè forse soffre”. Da lì hanno cominciato a dire che non è poi così vero che avere una famiglia o un’altra è uguale, che può essere fatta da due donne o due uomini. Mentre io gli anni prima contestavo la definizione di famiglia (per cui nei giudizi hanno scritto “La Scabini è omofoba”), ho cambiato metodo e ho cominciato a capire che, siccome ci imbottiscono dei diritti di tutti, il dramma è che non ci si rende conto degli esiti. E il bambino, poveretto, che non ha voce? Lui nasce dove lo fai nascere e la responsabilità è del generante. Mettiamoci dal punto di vista di chi è generato. Questo fa capire immediatamente alle persone dove è il bandolo della matassa. Allora, in questi casi, oltre a discutere, parlare della realtà, bisogna prendere quel punto della realtà nella quale le persone possano immergersi e vedere il problema da un altro punto di vista. Puoi dire al ragazzo: “Bene, adesso chiudi gli occhi e comincia a camminare verso il muro. Se “dipende”, quando gli vai addosso può darsi che ti fai male, oppure no”. Bisogna anche ironizzare un po’ e prenderli alla sprovvista ma, soprattutto, bisogna fare in modo che loro possano capire dove è il problema. Lì non aspettatevi che la società solonica moderna ci aiuti perchè, se i giudici dicono che hai diritto ad avere un figlio in qualunque modo, questi poveri ragazzi come volete che ci arrivino da soli? Se i giudici non hanno nemmeno messo una virgola dicendo “purchè le persone siano consapevoli delle condizioni nelle quali mettono il figlio che nasce e a che problemi sarà sottoposto”, è chiaro che anche i ragazzi ragionano così, non possiamo dare la colpa a loro! Per aiutare dobbiamo metterli in un punto di vista da cui possano cogliere il problema dall’interno. I ragazzi che avevano fatto il disegno, il giorno dopo, mi hanno detto: “Ma forse così il bambino non sta tanto bene!”. C’è stata una presa di coscienza almeno dei termini del problema; senza demonizzare, ma è chiaro che le due situazioni non sono uguali e non sono uguali perchè sono diverse e hanno esiti diversi. Guardiamo in faccia gli esiti che hanno! Allora è una discussione non violenta, però responsabile sì! Di certo c’è un relativismo molto diffuso. Sapete che adesso su Internet i gender sono arrivati ad essere 56?! E qui le situazioni paradossali ti fanno capire che c’è qualcosa che non va. Guardate che il tema non è il matrimonio omosessuale, perchè siamo andati ben oltre: adesso è che ognuno può scegliere in ogni momento della sua vita, tramite la tecnologia e i suoi interessi, la sua identità; viene chiamata “identità in transizione”: prima un po’ maschio, poi un po’ femmina, poi un po’ transgender… Siamo diventati dei nomadi. Quello che è in discussione adesso è il tema del corpo; dobbiamo aiutare le persone a capire che il corpo è una cosa sacra, bellissima, che non è una serie di organi, non è un oggetto; il corpo è qualcuno, noi siamo il nostro corpo. Non “il” padre e “la” madre, ma “quel” padre e “quella” madre, il bambino si identifica con “quel” padre e “quella” madre, con quel corpo lì, con quella faccia lì, con quei tratti lì. Il corpo vivente, il corpo animato perchè noi parliamo e ci esprimiamo attraverso il corpo in tutte le sue forme. Al contrario, c’è il corpo che diventa un oggetto che tu presti, che tu vendi per un paio di scarpe firmate. Questa è, comunque, una grande violenza. Forse nelle scuole medie bisognerà cominciare a fare qualcosa sull’educazione sessuale, proprio nel senso di cominciare a introdurre questa percezione del corpo come qualcosa di unitario; non c’è l’anima là e il corpo qua, noi siamo dei corpi viventi! Questo è un tema che adesso va proprio affrontato. Insieme o magari dividendo i maschi dalle femmine, perchè a volte è importante anche essere delicati. C’è una grande precocizzazione delle femmine e i maschi sono molto spaventati. Avete delle insegnanti molto attente ed è bello avere anche dei luoghi dove queste cose possono essere trattate, d’accordo con i genitori. Non è sempre facile esporsi come genitori, perchè c’è una riservatezza; in genere in piccoli gruppi condotti da qualcuno è un po’ meglio. Questo tema lo metterei abbastanza all’ordine del giorno. E, per i bambini più piccoli, il pudore. Che non ci sia è uno dei segni dell’astrazione più grande. Ha a che fare con l’identità e i bambini ce l’hanno istintivamente, ma siamo arrivati al punto che bisogna difendere un po’ il pudore, perchè è un modo per dare consistenza alla propria persona. L’ultima che ho sentito in una scuola è stata: “Facciamo il disegno della persona umana, disegnatevi nudi”. Come, disegnatevi nudi a bambini di 3 – 4 anni?! E’ una violenza. Qualsiasi bambino si disegna con il vestitino, perchè ha a che fare con l’identità: io sono un maschio, io sono una femmina, io ho un confine. La cultura va verso questo, comincia da lì la decostruzione del corpo. Tutte queste cose che trovate nella vostra sensibilità, nelle vostre famiglie, fanno parte dell’educazione familiare: i gabinetti hanno le porte che si chiudono, si dice ai bambini di andare in un certo posto a spogliarsi; senza essere rigidi ma, ad un certo punto, queste cose danno l’idea dell’integrità della persona. Si comincia da queste cose: come uno si veste, a Messa non si va con le ciabatte, vestiti bene, ti compero una bella cosa. L’educazione familiare è fatta anche di questo e non crediate che non sia importante: alla fine uno se le ritrova dentro e, quando si incontra con esperienze che tentativamente fanno violenza su questo, ha più difese. Quindi curate l’aspetto del corpo, adesso è decisivo!

Anna Aquila: il criterio condiviso tra adulti è importante ed è un lavoro interessante. A scuola, nel rapporto con i genitori, non è sempre facile perchè c’è una distanza sul giudizio tra insegnanti e genitori. Esempio: un ragazzo si comporta in un certo modo con una ragazza; il giudizio degli insegnanti è che il ragazzo non deve trattarla così ma, dalla parte della famiglia, scatta il meccanismo di difesa nei confronti del povero figlio che l’insegnante sta vessando.

Eugenia Scabini: questo è classico. Dal punto di vista del genitore il problema è quello che ha detto Marcelli, cioè che il figlio è un prolungamento del genitore, che non c’è differenziazione tra genitore e figlio, per cui, se il figlio è punito, lo deve difendere. In fondo è un modo di trattare male i ragazzi, perchè diventano un’appendice. I figli sono sempre un po’ il prolungamento dei genitori ma, nella misura in cui sono solo questo, non c’è relazione educativa e soprattutto c’è conflitto con l’altro adulto. Appena questo dice qualcosa di diverso, il genitore si sente giudicato lui. Cinquant’anni fa al genitore non veniva assolutamente in mente che la punizione del figlio potesse essere un attacco a lui, ma era semplicemente che il figlio aveva sbagliato, era colpa del figlio. Adesso c’è questa proiezione di sè col figlio e questo è il vero problema. Come fare? Primo: da una parte bisogna aiutare il genitore a capire che il figlio è altro da sè e quindi, se fa certe cose, può sì essere anche un po’ colpa del genitore, ma sostanzialmente sono un po’ affari suoi perchè lui è libero, ha fatto questa scelta, è responsabile di quello che fa. Va valorizzato anche un po’. Faccio un esempio: confessione dei bambini. Già un po’ di anni fa si diceva che non bisognava colpevolizzarli. La mia Anna è andata a confessarsi e il prete le ha detto: “Sì, s’, non preoccuparti, non c’è problema”. Lei è tornata furibonda dicendo che lei i peccati li aveva e il prete non glieli aveva lasciati dire. E’ come trattarli da cretini e dire che uno non è capace di fare un’azione sbagliata. No: tu sei capace di fare un’azione sbagliata. Questo denota anche che il figlio ha preso una posizione; giusto o sbagliato che sia, è un tentativo suo. Valorizzare e aiutare il genitore a separarsi dal figlio. Secondo: chiedere furbamente al genitore: “Ma se lei fosse stato nei miei panni cosa avrebbe fatto? Se lei fosse stato nei panni dei genitori della ragazza, cosa avrebbe fatto?” e vedere se ha una soluzione migliore. Terzo: stabilire una certa distanza tra ruolo del genitore e ruolo dell’insegnante, perchè la condivisione non vuol dire che siano tutti e due sullo stesso piano; marito e moglie è un conto, ma insegnanti e genitori è diverso; gli insegnanti hanno certe responsabilità che possono essere condivise con i genitori, ma questi non devono metterci il becco. Condivisione vuol dire ascoltare l’altro, ma poi, se la scuola deve prendere una decisione, deve essere una decisione della scuola. Queste cose vanno dette.

Giorgio Salandini: c’è una tendenza contrastante, equivoca. Ai miei tempi i miei genitori affidavano la mia educazione alle suore, all’asilo, e poi agli insegnanti e, se venivo a casa con una nota, mi arrivava un ceffone a confermare che la nota era giusta. Adesso invece, se l’insegnante interviene, i genitori si sentono espropriati della loro autorità e della loro possessività globale sui figli. Classico esempio quello del telefonino, usato in classe, che l’insegnante si fa consegnare e il genitore chiama l’avvocato accusando l’insegnante di furto. Al contrario c’è una tendenza, vedi gender, in cui i genitori vengono espropriati, esautorati da qualsiasi responsabilità nei confronti dei figli; questo in modo surrettizio, oppure attraverso una pubblicazione che nessuno conosce. Mi pare che, se passa una certa legge, nemmeno nelle scuole private il genitore può dire qualcosa su questo.

Eugenia Scabini: questo è vero però, di fronte a queste cose, per prima cosa si fanno le battaglie politiche che si devono fare, bisogna essere un po’ svegli e aggiornati. Si possono usare i vari sistemi in Internet per dire il proprio parere. E poi bisogna dare energia a luoghi come quelli che avete voi, bisogna creare delle prassi alternative, dove ci possa essere un minimo di fiducia e l’altro possa ascoltare e essere ascoltato senza sentirsi attaccato. Se ci sono dei legami fiduciari, la gente poi un po’ si fida e poi si può camminare insieme. Si può tornare indietro insieme, si vede che cosa sortisce una certa decisione e, finito il momento caldo, si ragiona sull’esito. Così si cammina. Ma il problema è se non ci sono legami fiduciari. Se c’è solo il legame del possesso del figlio e della competenza del genitore, queste alleanze non si possono fare. Io ritengo che il legame affidabile sia la risorsa. Su certe cose tu non ci arrivi e allora ti fidi e fai un’esperienza che non avresti immaginato di fare. Non è un fidarsi ciecamente, ma devi concedere all’altro la fiducia e la devi chiedere: “Signora, si fidi, ne abbiamo discusso, abbiamo esperienza; se poi vede che proprio non va, me lo venga a dire e magari rivedremo la nostra posizione”. La fiducia va chiesta ai bambini, ma va chiesta anche ai genitori. C’è un esempio di una scuola di suore dove, un gruppo di genitori della parrocchia, è andato a proporre un incontro sulla violenza sulle donne. Dietro questo incontro c’erano un sacco di polemiche sul gender e su altro. La superiora c’è cascata. Quando altri genitori sono andati a vedere che tipo di associazione fosse quella dei genitori proponenti, sono andati spaventati dalla suora a dirle tutta la vicenda. La suora, che aveva già scritto la lettera di invito e aveva già perso la faccia, ha reagito dicendo che non era possibile perchè quei genitori erano bravi. La signora che parlava con lei, una ginecologa, le ha chiesto di fidarsi perchè lei se ne intendeva di queste cose e le ha dato tutte le indicazioni per informarsi personalmente. Il giorno dopo la suora l’ha chiamata e l’ha ringraziata; poi ha scritto una lettera in cui diceva di essersi sbagliata. Non è facile ammetterlo, ma è stato possibile perchè con quest’altra persona c’era un rapporto di grande fiducia. Non c’è stato muro a muro. Non ha solo cancellato l’evento, ma ha scritto “Mi sono sbagliata, ho visto alcuni aspetti pericolosi”. L’ha detto chiaramente. La fiducia va chiesta. Facciamo fatica a dire a qualcuno “si fidi” perchè è una bella responsabilità; ma, se avete le ragioni, potete dirlo.

Domanda: di fronte al clima culturale che stiamo descrivendo, che cosa vuol dire oggi testimoniare la bellezza della famiglia? E’ questa una responsabilità solo di noi credenti, è possibile solo per noi?

Eugenia Scabini: questi tempi sì sono brutti, però anche quelli passati non erano bellissimi. C’erano sì i sani principi, ma mia suocera mi ha detto che sua suocera, presso cui era andata a vivere come si usava allora, apriva ogni volta il suo cassetto per controllare quello che aveva dentro. Non dobbiamo dimenticare che le donne ne hanno passate di belle e di brutte. Sì sono tempi brutti, ma la stessa distanza che dobbiamo avere nei confronti dei figli, la dobbiamo avere anche nei confronti della storia. Non è che tutte le cose capitino adesso, ci sembra così perchè ci siamo dentro. Il nostro tempo ha anche delle belle opportunità e delle belle libertà, che magari usiamo male, ma che ci sono. Abbiamo delle belle cose. Questo non ce lo dobbiamo proprio mai dimenticare. Io con i miei studenti faccio fatica, devo cambiare continuamente e pensare strategie nuove, ma alla fine mi diverto, mi sono legatissimi e ho imparato e rivisto tante cose. Non è vero che non ci si intenda. Io non sono per niente della loro generazione! Dobbiamo uscire dalla cappa della lamentela e non guardare solo certe cose. Abbiamo avuto Giovanni Paolo II; andate a rileggere quello che lui ha detto sul corpo… e parlava negli anno ’80, da Papa polacco, in quegli anni lì parlava di corpo sessuato! Non si usava assolutamente dire così. All’incontro della gioventù a Roma un ragazzo gli ha chiesto sull’amore e l’innamoramento. Lui si è fermato un po’ e ha risposto: “E quando viene la delusione?” E’ calato un gran silenzio nella sala. La delusione viene sempre. Abbiamo avuto delle persone che hanno avuto un grande coraggio nell’affrontare la verità delle cose, ridando fiducia anche alle cose reali, facendo vedere che la famiglia è quella cosa che affronta le prove e le prove più importanti della vita. Non è il luogo dell’armonia; non esiste! La testimonianza più grande, la bellezza della famiglia è il coraggio, l’energia e la fiducia nell’affrontare le prove. Non è bella nel senso di facile, perchè non è per niente facile. La famiglia è una strana bellezza. Solo le famiglie credenti? Io dico di no. Le famiglie cristiane hanno delle risorse in più che le aiutano a capire la loro esperienza, ma io ho imparato tantissimo da tante persone non credenti. Mio marito ha un caratterino un po’ impulsivo e ha sposato una anche lei con il suo caratterino: la cosa non era poi così pacifica, nè facile. Lui aveva un carissimo amico con un vero caratteraccio e una moglie dolce. Tutte le volte che venivano a casa nostra il marito si inalberava e ne diceva ingiustamente di tutti i colori alla moglie; io già mi mettevo in moto perchè, se mio marito avesse fatto così, avrei subito reagito. Lei invece incassava tutto e, nel giro di 5 minuti, la cosa si scioglieva. Per anni l’ho guardata cercando di capire come facesse perchè, quando mio marito faceva la metà di quello che faceva il suo, avevo l’esito contrario e litigavamo. Ho imparato dal suo modo; ero stupefatta dal modo con cui lei seguiva la piega; era il suo modo di volergli bene. Io ero più spigolosa. Io probabilmente ero più cristiana di lei, ma lei mi dava la birra sull’amore alla persona. Ho visto tante persone cavarsela in situazioni difficilissime con più semplicità di quanto non avrei fatto io. Direi che le famiglie cristiane sono più avvantaggiate, ma non che si impara solo da queste. C’è un linguaggio del bene che certe persone coltivano. Pensate ancora a Papa Wojtyla; certe volte mi chiedo come ha fatto a imparare certe cose, lui che ha perso la mamma quando aveva 9 anni, che è andato in seminario prestissimo. Vuol dire che certi tipi di esperienza le persone le fanno per un dono che ricevono, per un temperamento che hanno, perchè sono cristiani, per cosa? Direi che non abbiamo l’esclusiva, ma che abbiamo più responsabilità, perchè abbiamo ricevuto di più, questo sì. Chi ha ricevuto di più deve aspettarsi qualche prova in più. Guardiamo le cose che abbiamo ricevuto e abbiamo anche fiducia che le cose importanti passano, al di là dei tempi un po’ oscuri. Le cose vanno anche prese con un po’ di umorismo e con leggerezza, perchè la verità poi viene fuori. E poi ci aspettiamo da voi giovani. Noi nonni vi aiutiamo finchè possiamo, vi incoraggiamo, ma adesso tocca voi rinnovare il patrimonio. Ragazzi, autorizzatevi, provatevi! Avete la sensibilità del vostro tempo e quindi certe soluzioni dovete inventarvele voi.

Costante Portatadino: con questo auguriamo buone vacanze a tutti. L’anno è stato molto importante ed è stato condotto dagli insegnanti e, per la loro parte, dagli studenti e dai genitori con grande passione. Secondo me ci hai insegnato una cosa importante che è passata un po’ tra le righe: che quel che dobbiamo cercare non è una soluzione logica, che risolva tutti i nostri problemi, ma è quella che chiamiamo una “certezza morale” e che questa può essere costruita solo attraverso un dialogo che coinvolge tutta la vita, che mette alla prova tutte le nostre convinzioni, i nostri passi, i nostri percorsi. Concludere con una preghiera per Mons. Manfredini vuol dire mettere un sigillo su questo metodo.

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