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Libertà di educare, come e perché: il senso di una sfida

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L’educazione non è solo trasmissione di valori, tentativo di restaurare un passato “migliore”, ma introduzione all’esperienza di un significato globale. FABRIZIO FOSCHI

Si torna puntualmente a parlare di emergenza educativa dopo che i fatti di cronaca ci mostrano il vuoto esistenziale in cui vivono a volte gli adolescenti, un vuoto che annebbia la percezione dei legami che ci costituiscono, anziché essere punto di partenza per una domanda: chi sono, a chi appartengo? Nello stesso tempo si torna a collocare la scuola sul banco degli imputati come responsabile della disfatta generazionale: non è più com’era, non è più come dovrebbe essere. E come dovrebbe essere? Educativa, innanzitutto, sostengono autorevoli commentatori, ovvero propagatrice di valori fondanti l’identità dei singoli individui (il rispetto dell’altro, la solidarietà, la cittadinanza attiva). In secondo luogo, capace di riprodurre, dal punto di vista della sua incidenza sociale, le basi di quella coscienza nazionale che è definita da Galli della Loggia “ethos dell’appartenenza statale”.

Tutto questo la scuola dovrebbe però realizzarlo nel momento, quello attuale, dell’estrema crisi di autorevolezza della sua componente adulta (Tamaro, Polito) e dell’abdicazione della politica italiana che, toccati i fili e bruciatasi più volte le dita, di mettere le mani in pasta non ne vuole più sapere (ancora Galli della Loggia).

A quest’ultimo proposito, tuttavia, varrebbe solo la pena ricordare che la politica si è in realtà interessata fin troppo di scuola, almeno fino alla palingenetica “Buona Scuola” del 2014, i cui decreti attuativi sono in via di emanazione. E non stiamo poi a rievocare su questa stessa lunghezza d’onda la lunga pagina del riformismo politico-pedagogico che dalla legge Berlinguer del 2000 in poi ha fatto e disfatto in continuazione, senza incidere (questo sì è il difetto) sui gangli determinanti del nostro sistema scolastico. L’impressione di un abbandono è dunque da commisurare a fatti recenti e non al passato prossimo.

Quanto al tema delle figure adulte che hanno perso autorevolezza, bisognerebbe osservare che l’incompetenza deriva a volte dalla riduzione della vocazione (quella dell’insegnante ma anche quella di genitore) a ruolo e mestiere.

Ma come conciliare autorevolezza della proposta educativa e coscienza nazionale? Le due cose non coincidono. La scuola è un luogo di vocazioni che si incontrano, non solo di riproduzione di stili sociali. Una questione, questa, che apre un altro giro di considerazioni, attinenti ai famosi gangli dimenticati. Quali e quanti sono?

Principalmente due. Il primo è che non esiste educazione senza cultura. Se vogliamo una scuola che educhi non possiamo censurare il tema del criterio con cui si guarda, si interpreta e si introduce alla realtà. L’educazione è introduzione alla realtà sulla base di un’ipotesi interpretativa del mondo. L’educazione non è solo trasmissione di valori, è introduzione all’esperienza di un significato globale che filtra attraverso le materie o attività che sono proposte nella scuola. E poiché una cultura come sistema di significati non può essere imposta, il pluralismo scolastico (vuoi di genitori che decidono di fare una scuola, vuoi di insegnanti che si mettono in rete, vuoi di comunità che si prendono cura dei bisogni di un determinato territorio) è la prima risposta all’urgenza della sfida educativa.

Se vogliamo una scuola educativa, di conseguenza dobbiamo riprendere il grande tema del pluralismo scolastico. Purtroppo l’ideologia statalista imperante nel nostro Paese ha giocato un brutto scherzo alla scuola, ritenendo che l’ampliamento delle basi dell’istruzione significasse allargare la cultura delle nozioni standardizzate. Ma la scuola, che per definizione è continua produzione di senso (se non c’è senso nello studio di una qualunque materia, nemmeno c’è interesse) e quindi di percorsi di ricerca e approfondimento dei vari aspetti della realtà, difficilmente convive con il didatticismo omologante che ispira la fase applicativa delle normative ministeriali a partire, quanto meno, dalla fine degli anni settanta.

Il pluralismo è quello delle autonomie scolastiche? No, è quello di soggetti (famiglie, comunità, esperienze che si strutturano in funzione dell’aiuto ad alunni in difficoltà) portatori di una visione ideale che si può tradurre e trasmettere anche attraverso lo strumento dell’autonomia. L’autonomia non può sostituire ed eclissare la cultura, bensì porsi al suo servizio.

Il secondo cardine è quello riguardante le persone. Siamo collocati dentro un mondo che cambia, chiamiamolo liquido, globalizzato, tecnologizzato. Di fatto l’epoca di cambiamento nella quale siamo immersi ha privato le persone dei punti di riferimento classici: un determinato contesto valoriale, un certo contesto familiare e sociale, un certo quadro di riferimenti religiosi e solidaristici. Tanti alunni giungono a scuola smarriti, impoveriti, rattrappiti, ma non privi della loro umanità. Come risvegliarne il cuore per farne una novità ai loro stessi occhi e una risorsa preziosa per tutta la società? Occorre metterli al centro. Mettere al centro la persona non significa per nulla abbassare il tiro, concedere tutto, rinunciare ai traguardi, democratizzare e sindacalizzare i rapporti. Significa preparare insegnanti che sappiano guardare i propri alunni, capirne i bisogni e portarli a conquistarsi un dignitoso livello di consapevolezza rispetto al diritto/dovere di contribuire a costruire il futuro.

Le strade della personalizzazione dei percorsi di istruzione sono infinite. Non esiste più, e qualche autorevole commentatore se ne rammarica, l’obbligo di rispettare i fatidici “programmi”, paradiso e inferno della scuola di ieri. Vigono ora obiettivi di apprendimento che hanno introdotto nella scuola una certa flessibilità. Questo non significa per nulla che si debbano sciogliere le conoscenze nell’indefinito limbo delle competenze. Gli obiettivi devono essere indicati, raggiunti e, perché no, verificati da strumenti di valutazione nazionale. Non esiste più, ma il legislatore distratto non se n’è ancora accorto pur avendolo affossato, il valore legale del diploma di maturità. Non solo perché la futura maturità da poco disegnata è ormai poco più dell’esame della patente, depotenziata oltretutto di quel tocco caratteristico, la “tesina”, che poteva renderla una sfida personale per gli alunni; ma soprattutto perché le università e le aziende misurano la dotazione conoscitiva e le abilità di un giovane a prescindere dal certificato finale degli studi conferito dalla scuola.

La libertà di educare, tramontati di fatto i vincoli formali dell’istruzione, è l’orizzonte inevitabile al quale guardare. In fin dei conti, la scuola italiana oggi è chiamata ad essere non ciò che “dovrebbe” ma ciò che “può” diventare. Un luogo di cultura e di persone che si aprono insieme alla realtà delle professioni, del lavoro, della ricerca. Bisogna mettersi umilmente al seguito di esperienze che già esistono e lavorano in questo senso. Eccellenze che esistono sia nella scuola di stato, che in quella paritaria.

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