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Scuola e famiglia di fronte all’emergenza educativa

Varese, 16 gennaio 2016 

Marco Bartolomei 

Abbiamo cominciato la Scuola “Manfredini”, la cui nuova sede è stata inaugurata alcuni giorni fa, 16-17 anni fa con una classe; abbiamo iniziato con degli amici, alcuni dei quali provenienti dall’esperienza di Comunione e Liberazione, perché volevamo vedere se era possibile, partendo dalla sostanza di quello che ci diceva don Giussani (la centralità della persona, la sua libertà, la sua capacità di relazione con il reale), educare, creare qualcosa che avesse peso, che fosse capace di far crescere uomini.

Dopo questi anni, all’inaugurazione di questo edificio bellissimo, c’è la riprova che non si può fare una cosa del genere se il fondamento non è buono; le cose non vere durano poco! Tutto quello che vedete dice che quello da cui siamo partiti era verissimo e fortissimo, indipendentemente da quanto siamo stati bravi noi.

In questi anni la Scuola è stata dislocata nei luoghi più sperduti di Varese, in 3 o 4 plessi; adesso, dopo 16 anni, abbiamo una sede unica e questo ha come significato il lavoro che abbiamo fatto sui contenuti e su come, quello che dicevo all’inizio, poteva trasformarsi in metodo didattico e lavoro vero. Per questo siamo riusciti ad arrivare qua. Non credo e non penso che questa struttura bellissima sia garanzia per i prossimi 20 anni di qualcosa che funzioni e abbia successo. La garanzia sarà ancora il lavoro e l’esperienza che saremo capaci di vivere nel capire, davanti all’evoluzione della società, qual è la modalità didattica corretta, qual è la maniera giusta per coniugare quello che don Giussani ci diceva 20 anni fa.

Questa sera abbiamo chiamato Mons. Luigi Negri per due ragioni: per ciò che ha scritto e per la sua esperienza in campo educativo e per la sua vicinanza a don Luigi Giussani e ai temi cui ho accennato.

Gli chiedo che ci aiuti a definire quali sono i punti chiave da non smarrire, in modo che fra 20 anni ci si possa trovare ancora qui con la stessa forza che abbiamo in questo momento.

Mons. Negri 

Quando avete iniziato la scuola, Mons. Manfredini non c’era già più, c’era invece Giussani. Quanto più anch’io mi inoltro nell’ultima fase della vita, mi viene in mente un’espressione straordinaria di Giovanni di Salisbury, grande filosofo medioevale, che diceva: “Noi siamo come dei nani sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto”. Proprio perché possiamo appoggiarci sulle spalle dei giganti, vediamo oltre noi stessi. Pensate a gente come me, a chi fra voi ha potuto frequentare la presenza, la testimonianza e l’insegnamento di uomini come Giussani e come Manfredini: abbiamo avuto una grazia che ci detta una responsabilità che non possiamo lasciare, non fosse altro perché, quello che abbiamo vissuto, passi da noi a coloro che verranno dopo di noi. Qualche volta, parlando ai miei confratelli alle Conferenze Episcopali, cito la frase di Giovanni di Salisbury, sebbene ci sia una differenza da quando l’ha pronunciata lui: noi siamo nani sulle spalle dei giganti, ma pensiamo di essere giganti.

Questo banalissimo errore, questa banalissima tentazione alla superbia è il vizio più radicato, tanto che S. Agostino diceva che il peccato originale è nato dalla superbia di volersi sostituire a Dio.

Questo è il mio sentimento questa sera. Il titolo dell’incontro è “Scuola e famiglia di fronte all’emergenza educativa”. Quando il Papa Benedetto XVI lanciò il tema dell’emergenza educativa -e lo lanciò in almeno 2 incontri che ho ben presenti, tenuti con il clero della città di Roma- tutti si sono prodigati a cercare di individuare le crisi strutturali e istituzionali a cui attribuire la responsabilità di questa emergenza.

C’è il terremoto, di chi è la colpa? C’è l’emergenza educativa, di chi è la colpa? Il tentativo perciò di individuare che cosa non ha funzionato nelle istituzioni, per dimostrare quella assoluta o quasi assoluta incapacità educativa che esiste nella nostra società. C’è stata poi tutta la sociologia sui giovani di oggi, ripetuta qualche volta in modo ossessivo, sulla differenza tra i giovani di oggi e i giovani di prima, sulla debolezza psicologica, sulla debolezza affettiva. Non che queste cose non ci siano ma, una generazione che succede all’altra, presenta sempre differenze, come debolezza e come difficoltà.

La questione è molto più radicale: l’emergenza educativa è l’emergenza della realtà adulta.

La ragione per cui vale la pena affrontare questa tematica, è che ci richiama a prendere coscienza della difficoltà degli adulti ad essere veramente adulti. La difficoltà educativa nasce da un deficit di autorevolezza educativa, non di competenza e, meno che mai, di tecnologia.

La vostra Scuola è una bellissima realtà, anche dal punto di vista estetico e, credo, funzionale, ma, se questa scuola fosse soltanto questo, non garantirebbe niente. Le nostre cattedrali, lo dico io che vivo accanto a una delle più belle cattedrali d’Italia, non sono come la Sfinge e le Piramidi, realtà di materiale e tecnica dove non c’è dentro più niente, ma, se andiamo avanti a concepire la vita della Chiesa e della fede così, diventeranno anche loro dei siti archeologici; succede già questo in molte città della Francia, del Belgio, della Germania che, pur avendo una frequenza domenicale ridottissima, pretendono di guidare la Chiesa e di indicare alla Chiesa universale i problemi reali. Se andiamo avanti così anche le grandi cattedrali cattoliche finiranno per essere dei siti archeologici.

La questione è che ci sia un popolo; l’emergenza educativa della famiglia e della scuola nasce perché non c’è l’adulto, perché manca un cammino per arrivare al compimento. Il compimento, la coerenza, diceva don Giussani, non sono una linea retta che non ha alcun cedimento; la coerenza è una serie di piccoli segmenti nei quali ci si riprende continuamente e che la provvidenza di Dio fa alla fine emergere come una linea retta.

Se non c’è l’adulto, non c’è educazione. Ma l’adulto non c’è non solo perché può mancare fisicamente, ma anche se non è all’altezza della sua responsabilità, se non vive la sua identità come fondamento e movimento di una responsabilità.

Su questo vorrei soffermarmi.

L’educazione, diceva don Giussani, è l’introduzione alla realtà globale, cioè deve dettare una visione generale della realtà, di sé, del mondo, delle cose, del passato, del presente e deve rendere possibile realisticamente un progetto sul futuro. L’educazione è maturare, mettere il giovane (dai bambini ai bambini-adulti che vivono nella nostra società) in condizione di sviluppare quelle dimensioni fondamentali che costituiscono l’identità dell’uomo, della persona; è un’apertura, una tensione, un andare oltre sé. Si deve essere educati perché non si è già maturi; se si fosse già maturi, non ci sarebbe il problema dell’educazione. Andare oltre sé per acquisire il senso profondo della propria vita. “L’uomo supera infinitamente l’uomo”, diceva Pascal, uno dei filosofi più intelligentemente cattolici di tutta la storia della Chiesa; la grandezza dell’umano sta nel fatto che è in moto per superare ciò che è in partenza, perché ciò che è in partenza è troppo implicito, è impreciso, è inadeguato, è informe. Infatti l’educazione è far sì che la persona acquisisca la sua forma, cioè il valore conosciuto e vissuto, il sentimento profondo di sé.

Perché la famiglia è chiamata in gioco? La famiglia è il soggetto primo e fondamentale dell’educazione che, nell’assunzione di questa responsabilità, non cede il posto a nessuno, neanche alla Chiesa. La Chiesa non ha una responsabilità e un compito immediato e diretto educativo; ha un compito direttamente educativo per quanto riguarda la formazione della personalità cristiana ma, in tutti gli altri campi, ha una funzione sussidiaria della famiglia. Dal punto di vista educativo non può esserci tensione tra la famiglia e la Chiesa; e, se ci fosse una tensione, la prima responsabilità della Chiesa è di comprendere e di rispettare, se possibile, la posizione della famiglia, oppure di correggerla nel caso in cui risulti inadeguata, incoerente, scorretta.

Per che cosa un padre e una madre hanno il diritto-dovere dell’educazione? Perché hanno la laurea in scienze umane o in psicologia dell’età evolutiva? Hanno diritto a questo perché, se hanno messo al mondo dei figli, hanno accettato di vivere una funzione vertiginosa nella vita della società umana: la procreazione di uomini nuovi nel mondo, la comunicazione della vita come avvenimento spirituale e materiale, come avvenimento ancora iniziale che deve arrivare alla sua maturità. Il mio povero papà aveva frequentato fino alla 5^ elementare, esattamente come la mia mamma, ma le cose più importanti della mia vita e le cose fondamentali che poi ho maturato negli studi teologici, le ho ricevute dalla loro educazione. Perché? Perché mi avevano messo al mondo e credevano in certi valori fondamentali, innanzitutto che il dono della vita si propagasse oltre loro.

Emergenza educativa / incapacità educativa. E’ un’incapacità grave perché siamo quasi alla fine, diceva Benedetto XVI. L’incapacità educativa della famiglia si risolve soltanto con una ripresa di coscienza della propria identità.

La crisi educativa della famiglia non si risolve delegando a strutture o a esperti la soluzione del problema, ma con un’assunzione di responsabilità personale che poi può dar luogo a tutte le collaborazioni possibili. La famiglia deve affrontare adeguatamente il tema della sua difficoltà interna (che può essere temperamentale, culturale, psicologica, affettiva, sessuale in una società che pratica il sesso come se fosse la panacea di tutti i mali); non si può buttare fuori la crisi dalla famiglia e delegarla a qualcuno. La crisi esige che tu ti chieda chi sei veramente, qual è il senso della tua identità e come questa identità diventa responsabilità, servizio, capacità di comunicazione adeguata della propria vita in modo che, in questa comunicazione, la tua vita diventi una provocazione positiva alla libertà di chi deve ancora crescere.

Questa crisi è diventata assolutamente evidente; non solo, la crisi della famiglia non è una situazione, non ha nel nostro paese una valenza di carattere situazionale; la crisi della famiglia è un obiettivo cultural-politico; è la distruzione della famiglia, nella sua identità profonda, cioè naturale ancor prima che cristiana, come diceva Giovanni Paolo II in un bellissimo intervento pubblicato oggi da “Tempi”; la famiglia cristiana non è un’invenzione della Chiesa, la famiglia è un dato originario che la natura, cioè Dio, ha posto nel contesto della vita sociale. La famiglia cristiana è il compimento di questo, è il massimo di verità nella sua formulazione ideale, è il massimo di aiuto a vivere questa vocazione.

La prima responsabilità per chi è preoccupato dell’educazione, come genitore o come insegnante, è approfondire il recupero della propria identità. Il recupero della propria identità, dal punto di vista cristiano, si chiama in un solo modo: conversione dell’intelligenza e del cuore.

L’identità non è un testo a cui vado ad attingere delle convinzioni teoriche; se fosse un testo nascerebbe la baillame delle interpretazioni. L’identità è un dato oggettivo, è una grazia, è che due, che si sarebbero anche potuti non conoscere, si sono conosciuti nella certezza che la loro conoscenza apparteneva al Mistero di Cristo e vi apparteneva in modo così radicale che il Mistero di Cristo non sarebbe stato più così presente nella vita dell’uno o dell’altro senza questa unità. Questa è l’identità della famiglia, è un’amicizia in nome di Cristo che rende possibile l’incontro con Lui, che rende possibile la sequela di Lui.

La famiglia è ciò che rende possibile l’esperienza della Chiesa, comunione con Cristo e comunione dei fratelli; così che il Concilio Ecumenico Vaticano II ha fatto il grande passaggio di identificare l’esperienza della famiglia con l’esperienza della Chiesa. Letteralmente la stessa esperienza: la famiglia è Chiesa domestica, la Chiesa è una famiglia universale.

Quante volte l’ho detto in questi anni, con maggiore o minore consapevolezza, ma soprattutto con maggiore o minore corrispondenza: le crisi uno non le va a cercare se non è proprio stupido, ma può vivere in condizioni tali che presto o tardi vengano. Ecco la saggezza bimillenaria della Chiesa che dice di non mettersi in condizioni prossime di peccare. Lucia Mondella, gigantesca figura di cristiana, al termine del romanzo, diceva: “Io non sono andata in cerca dei guai, sono loro che sono venuti a cercarmi e mi hanno trovata. Ma io cosa ho potuto fare? Una cosa sola: vivere questi guai con la certezza della fede che avevo ricevuto e con il cuore della carità”. 

Non vorrei divagare, ma vorrei sintetizzare questo primo punto in maniera totale, perché qui si gioca l’originalità del soggetto dell’educazione cristiana ed umana.

La famiglia deve essere conscia della grazia che ha ricevuto e decisa a vivere la responsabilità che nasce da questa grazia. Ecco dove si situa la questione educativa: c’è nell’adulto cristiano, nella famiglia cristiana, un’esperienza (attenti! Questo a livello educativo è il termine più caro al nostro discorso cinquantennale). Il cristianesimo è un’esperienza, è un’esperienza di vita, è una vita nuova, è una coscienza nuova di sé e della realtà, è un rapporto nuovo con la realtà, è una destinazione diversa della vita, perché la destinazione della vita è la missione! Questi due che si mettono insieme, implicitamente finché volete, vivono e, se fossero più preparati a vivere il matrimonio come accettazione di un dono per l’assunzione di una responsabilità, non andrebbero in crisi così facilmente. Per questo il vero problema dei due Sinodi, su cui non mi pronuncio, non è dare sì o no la comunione agli sposati divorziati. La questione pastorale della famiglia oggi è che noi aiutiamo i nostri giovani a capire che cosa è la famiglia e a prepararsi a questo, in modo tale che, se poi si presenta la crisi – e può presentarsi in modo inequivocabile e insormontabile – questa verità vissuta sappia farvi fronte.

La famiglia è un’esperienza di novità di vita che deve essere comunicata, che non può non essere comunicata secondo la gerarchia fissata dalla realtà umana e storica. Questa gerarchia implica: 1) la responsabilità verso i figli, perché i primi destinatari dell’educazione sono loro; 2) al di là di essi, tutti coloro che entrano nell’ambito della famiglia attraverso i figli; chi non si ricorda di certe nostre famiglie allargate, dove i figli e i loro amici trovavano una ospitalità anche materiale, secondo una tradizione tipica del nostro popolo cristiano che, nel nostro Movimento, è stata recuperata e rivissuta: l’ospitalità. L’ospitalità non come cosa estemporanea, ma come dimensione. Se l’amico di mio figlio non ha a casa da mangiare, lo ospito io a mangiare, etc, etc.

L’esperienza della novità deve essere comunicata secondo la gerarchia che il Signore Gesù, nell’ultimo discorso ai suoi discepoli, cioè a ciascuno di noi, ha fissato. Non ci sono confini a questa comunicazione: “fino agli estremi confini del mondo”. Non la Parrocchia, non la Diocesi, non la 5

Chiesa nazionale che non c’è per fortuna, non la Chiesa europea che c’è meno che mai, “fino agli estremi confini del mondo”. La comunicazione della mia vita ai miei figli e, al di là di essi, a tutto il mondo, non conosce confini e io devo avere il desiderio di incontrare ogni persona potendo dire, come posso: “Il Signore è risorto ed è qui”. La prima comunità cristiana ha utilizzato questa formula di saluto, non per 10 o 20 anni, ma per i primi 2 secoli e forse di più, quando faticosamente si andavano formulando le Sacre Scritture; questo è segno che le Sacre Scritture rendono coscienti della fede ma, con buona pace di Lutero, non fanno nascere la fede, perché la fede nasce dall’annunzio. Comunicare questa esperienza, secondo una gerarchia di incontri e di fatti che arriva fino all’universo. L’uomo vive per l’universo; può vivere in un buco, ma il buco in cui vive ha l’orizzonte dell’universo; l’uomo di oggi invece, può vivere nell’universo che ha la caratteristica del buco, può andare la mattina in Madagascar e il pomeriggio in un altro posto, ma vive questo enorme passaggio come se non si allargassero il cuore e l’intelligenza con cui è partito; invece si può stare a casa propria, ma avere una coscienza e un cuore che arrivano fino all’universo.

Come si comunica questa esperienza dell’educazione? 

Facendo emergere questa vita che è già nuova. C’è già la vita nuova anche se uno non ne è consapevole; la comunicazione assume un aspetto educativo, cioè tende a formare la personalità nella fede. La fede, come forma della personalità, è uno degli apporti più significativi che ha dato S. Carlo Borromeo al grande dibattito che c’è stato subito dopo il Concilio di Trento sui seminari. La Chiesa giocò la sua identità educativa e l’identità educativa del popolo di Dio nel suo complesso, rinnovando totalmente le strutture educative dei preti, senza i quali si poteva prevedere che la Chiesa finisse.

Occorre che questa comunicazione faccia nascere una coscienza nuova di sé, un’etica nuova e individui una utilità permanente della vita. Cultura, carità e missione: questa secondo me è la genialità ecclesiale educativa di Mons. Luigi Giussani. Noi siamo un popolo che non nasce dalla carne e dal sangue (neanche la vostra famiglia è nata dalla carne e dal sangue, anche se ha un’enorme responsabilità in ordine alla carne e al sangue); la Chiesa, come la famiglia, nasce dallo Spirito. E’ lo Spirito che fa nascere la Chiesa e questa Chiesa guarda le cose non come il mondo, “non conformatevi alla mentalità di questo mondo”. La verifica della fede non è che il mondo ti batta le mani; la verifica di questo mondo è che il mondo ti batta le mani in faccia, come succede spesso a me. Pensare che l’esito e il successo mondano siano una verifica della fede è evidentemente un’eresia, ma noi viviamo avviluppati da questa eresia.

Bisogna comunicare la coscienza di un modo nuovo di concepire la vita. Ecco perché la famiglia comincia a fare la comunicazione di questa cultura attraverso la vita quotidiana. Una volta si chiamava il buon esempio, adesso è molto meglio dire che si tratta di una testimonianza. Ma questa testimonianza deve diventare critica, uno deve rendersi conto del perché di questo criterio, del perché di questo modo nuovo. Ecco perché ci vuole l’educazione in senso stretto, nel senso anche di studio. Ecco perché è nata la scuola. E nell’occidente cristiano la scuola non è nata attorno al Ministero della Pubblica Istruzione di marca napoleonica, ma attorno alla casa guidata dal “pater familias”, è nata attorno al monastero benedettino in cui c’era un’autorevolezza ecclesiale cristiana e romana, è nata attorno alla casa del Vescovo, è nata dalla libertà di gente che si sentiva capace di insegnare e voleva apprendere nella grande esperienza delle università medioevali, segno della libertà di insegnare e della libertà di imparare, come ci ha spiegato in maniera straordinaria il grande storico Léo Mulin. Non nasce una cultura perché il padre e la madre sono laureati, ma perché credono che la fede valga più della vita; se devono decidere che è importante coltivare la fede dei propri figli facendo qualche sacrificio economico e non mettendo l’interesse economico come unico obiettivo della vita, fanno questo sacrificio. L’unico criterio di una convivenza familiare non può essere il successo economico o la carriera dell’uomo e della donna, con l’inevitabile litigiosità che la cosa comporta. L’obiettivo è che questa esperienza nuova di cui sono portatore in quanto battezzato, faccia nascere la percezione di questo modo nuovo di ragionare. Non c’è Chiesa ed esperienza di Chiesa se non nasce un cammino culturale nuovo.

Nel “libretto rosso” che fu pubblicato il secondo anno della mia esperienza di G.S., don Giussani scrisse: “La comunità cristiana crea inesorabilmente una cultura e una civiltà nuova”. E’ scritto così, 1960! L’esperienza della novità diventa una coscienza nuova della realtà. Ma l’uomo non è solo la sua testa. Ben prima di tutti gli studi neuropsicologici, la Santa Chiesa di Dio capì che l’uomo è “spiritus autem non est sine corpore”, perciò lo spirito è uno spirito incarnato (spirito è la forma evoluta per dire persona, personalità), è una personalità che deve conoscere il vero e cercare di attuarlo. Per questo la formazione morale fa parte dell’educazione; far percepire che, se Dio è Dio, non posso trattare la gente come se fossi io Dio, non posso utilizzare la realtà, da quella umana a quella storica, a quella naturale e materiale; nella realtà ci inoltriamo come dentro un mondo col quale dobbiamo dialogare. Il dialogo con il mondo si chiama cultura e carità. Una cultura senza carità diventa ideologia; una carità senza cultura diventa un emotivismo inutile. Un’educazione come quella che la nostra educazione ha ricevuto, prima dai propri genitori e poi dai propri maestri, ma poi, soprattutto, in quella esperienza straordinaria di amicizia cristiana che è stata il Movimento, è esattamente questo: un nuovo modo di giudicare e un nuovo modo di agire, dove non è che il nuovo modo di agire si capisca subito e sia semplicemente l’espressione degli istinti; gli istinti devono essere educati ed educati a capire che l’altro deve essere oggetto della tua carità. Per questo ci mandarono in Caritativa una volta la settimana, per tutto il periodo del nostro Liceo e per tutta l’Università, e noi non fummo ripetenti. Si stava insieme e si giocava con i bambini, ma si imparava a vivere l’altro come parte integrante di un Mistero più grande di noi che doveva essere amato. Allora poi si tornava e non si potevano guardare i genitori in modo diverso, si andava a scuola e non si potevano tentativamente guardare i propri compagni in maniera diversa! Imparare a ragionare e imparare ad amare. Ad amare si impara amando insieme, facendo insieme opere di bene, sacrificandosi perché queste opere di bene si possano realizzare. “Bisogna formare il carattere”, diceva il beato don Carlo Gnocchi, una gemma splendida del nostro presbiterio diocesano. Per non interrompere l’educazione del carattere dei suoi studenti del “Gonzaga”, è andato con loro in Russia, scappando e circuendo la fiducia del Cardinal Schuster che gliel’ha giurata da allora fino alla sua morte. Un padre e una madre non possono semplicemente parlare e non possono neanche semplicemente esigere dei risultati operativi, senza accompagnarsi al ragazzo per capire di più la cultura e per vivere sul serio la carità che nasce dalla fede.

Ci sarà il punto di verifica di questa educazione. Se non c’è già stato nella vostra vita, sapete quando sarà il punto di verifica dell’educazione data ai vostri figli? Quando dovrete aiutarli a riconoscere e ad attuare la loro vocazione che, ad ogni buon conto, è un’ipotesi che ha in mente Dio, non solo voi, mamma o papà. Dio può avere un’ipotesi sulla vita dei figli completamente diversa da quella che hai tu; tu metti insieme delle questioni di ragioni, ad esempio la professione già iniziata dal padre che ragionevolmente deve essere continuata dal figlio, etc. Aiutare a conoscere la vocazione, vuol dire aiutarli a mettersi in ascolto della volontà di Dio che non sta mai in silenzio, parla sempre attraverso le circostanze, gli incontri, i suggerimenti; perciò abituarsi a dialogare con i propri figli per aiutarli a valutare tutto ciò che sta passando tra Dio e loro. Come la mamma di Samuele. Non è facile perché, come l’individuo ha l’idea della sua vita come un progetto che deve attuare lui, così i genitori possono avere l’idea che i figli sono parte di un progetto che hanno in mente soltanto o esclusivamente loro.

Quindi dobbiamo aiutare i figli a riconoscere lo spazio dentro cui Dio li chiama a vivere la missione, come loro espressione matura.

Tutte le volte che la gente si lamenta, perché abbiamo dovuto accorpare due parrocchie e ci sono dei sacrifici materiali che le due comunità devono fare, rispondo: “Voi donne di Ferrara che siete qui, quanti seminaristi avete dato alla Chiesa, quanti preti avete dato? Siete come la mamma di Samuele che, dopo averlo divezzato, lo prende, lo porta a Eli e gli dice: “E’ donato a te per tutta la vita”? Se aveste fatto così, non avremmo il problema di accorpare le comunità”. C’è da ridere, ma anche un po’ da piangere perché la Chiesa è diventata oggetto di pretese. Il Direttore del “Corriere della sera” o il Direttore di “Repubblica” pretendono di giudicare chi sono i Vescovi fedeli e quelli infedeli, chi sono i Vescovi di strada e quelli di salotto. Abbiamo noi impoverito l’identità, abbiamo noi impoverito la dignità della Chiesa mettendola sul banco delle opinioni e delle reazioni pubbliche. Nella ripresa di identità della famiglia, ci deve essere anche questo: riscoprire la dignità ecclesiale della famiglia. Vivere la responsabilità di educare ad una cultura nuova e ad un amore vero all’altro, in funzione della missione.

Così, non è che finisca l’emergenza educativa della famiglia, ma è la strada per un recupero dell’identità che diventa come si dice nel canto: “Ripetimi quella parola che un giorno hai detto a me e che mi liberò”.

La vera riforma è la ripresa degli inizi; quante volte i più anziani di voi l’hanno sentito dire da don Giussani! La vera riforma non è progettare chissà che, ma riprendere il fascino della gratuità dell’inizio e viverlo come si può. Non è scritto da nessuna parte che la missione è andare in Brasile o in Africa. La missione è vivere la vita quotidiana secondo la certezza della fede, della speranza e della carità, qui o in Africa, senza nessuna obiettiva differenza. Il capitolo 25 di S. Matteo dice che certamente vanno in Paradiso quelli che hanno dato un bicchier d’acqua da bere all’assetato, ma in nome di Cristo, non solo perché aveva sete.

L’emergenza educativa della scuola, nella radicale analogia con quello che ho detto per la famiglia, ha delle connotazioni specifiche.

Che parte ha la scuola nell’educazione? Ha una parte sanamente istruttiva. La scuola deve rendere possibile il grande, straordinario evento della conoscenza: una conoscenza del presente, una conoscenza viva del passato, la possibilità di anticipare nella conoscenza il programma del futuro. La scuola è per questo. Per rendere possibili questi passaggi, occorre una continuità di tempo, di energie e occorre anche una competenza nelle specifiche realtà che si devono conoscere e organizzare. Indubbiamente l’emergenza educativa impone una serietà assoluta sul piano istruttivo – e quindi la necessità di aggiornare continuamente criteri e metodi della comunicazione dello specifico che fa da contenuto al mio interesse di insegnamento – ma, ecco il punto, la realtà istruttiva non può essere esclusiva. In una struttura scolastica in cui prevalga esclusivamente l’aspetto istruttivo, si realizza una vera e propria alienazione educativa. Questo non l’ha detto la Ministra Giannini, ma Giovanni Paolo II ricevendo gli insegnanti cattolici di allora che obiettivamente, al di là degli intendimenti particolari, erano stati i più grossi responsabili della riduzione puramente istruttiva della nostra scuola statale, con l’affermazione che bisognava lasciar fuori dalla scuola i problemi religiosi, i problemi ideologici, i problemi politici, perché la scuola è un campo assolutamente puro nel quale al massimo si devono imparare delle cose. Giovanni Paolo II, agli insegnanti cattolici del nostro Paese, disse: “Una scuola in cui prevalga o sia esclusivo, l’aspetto istruttivo è una realtà in cui avviene una alienazione educativa”. 

Perché non ci sia questa alienazione educativa, è necessario che l’insegnante, punto emergente nella scuola, viva lui, in prima persona, una dialettica fra quello che insegna e quello che è.

L’insegnante è il punto determinante della vita scolastica. Per esempio l’Università di Ferrara, dove si addottorò Copernico, è nata perché i 50 che volevano studiare diritto canonico, avendo saputo che a Ferrara c’era un esperto di diritto canonico, sono venuti da tutti i paesi del circondario, chiedendogli di diventare il loro insegnante. Dalla risposta a questa richiesta è nata la facoltà di diritto canonico dell’Università di Ferrara.

Chi insegna, esprimendo nell’insegnamento la propria personalità, apparentemente lo fa come chi non ha alcuna preoccupazione di fede; Giussani non ha mai detto ai ragazzi “Venite in GS”; la sua provocazione passava attraverso il modo con cui insegnava religione. Insegnando religione, insegnava la storia della Chiesa, perché non si può parlare della religione in astratto, ma della religione che ha avuto una forma storica nel nostro Paese e quindi con tempi e vicissitudini, positive o negative. Lì arrivava la proposta educativa, un’immagine diversa d’uomo. I ragazzi stessi gli dicevano: “Cerchiamo di viverla insieme” e lui ne era contento.

La più grossa garanzia del superamento dell’alienazione educativa nella scuola sta nel fatto che chi nella scuola ha una funzione certamente primaria, che è colui che insegna, viva questa dialettica positiva fra le sue convinzioni profonde e le sue competenze accademiche. Se un insegnante sta in piedi come uomo soltanto per quello che conosce e insegna, quello che trasmette nella vita dei ragazzi è tendenzialmente zero. Chi insegna anche la materia più astratta con la consapevolezza che, attraverso quel che insegna, passa parte della sua umanità, scuote la vita dei ragazzi; attraverso le equazioni può passare qualcosa che sconvolge la vita dei giovani. Allora finisce l’alienazione educativa. L’alienazione educativa non finisce perché ci sono forme sempre più sofisticate per aiutarsi a insegnare, ben vengano anche quelle purché nessuno venga a dirmi quello che devo insegnare! L’emergenza educativa finisce, o comincia a finire, quando il ragazzo viene introdotto a un valore ideale. Il valore ideale non è l’istruzione, ma ciò che, attraverso l’istruzione, viene proposto al cuore e alla vita dei nostri ragazzi. Non può essere che la scuola stia in piedi per l’istruzione e per stabilire le differenze tra i ragazzi: tra chi capisce bene quella materia e chi non la capisce. Una cosa così alla fine risulta inutile, quando non dà luogo a reazioni anche abbastanza negative! C’era un ragazzo dell’Università Cattolica che faceva Economia ma aveva evidentemente sbagliato facoltà; però, tira di qua, tira di là, gruppo di studio di qua, gruppo di studia di là, era quasi arrivato alla fine. Si era incagliato in uno degli ultimi esami e l’aveva fatto 12 volte. Intanto aveva già pronto il suo trasferimento al Seminario, perché doveva andare a fare il prete -e infatti lo è diventato e, mi sembra, anche un buon prete. E’ venuto a chiedermi di aiutarlo, ma io non potevo studiare economia al suo posto, potevo parlare al professore. Lui risponde che il professore non c’entrava, che contavano gli assistenti. Ma io non potevo parlare con tutti gli assistenti! Sono andato dal professore che era ed è tutt’ora un grande economista che parla spesso all’Università e gli ho spiegato che i suoi assistenti avevano bocciato questo ragazzo 12 volte. Gli ho dato la mia parola d’onore che il ragazzo non avrebbe mai fatto l’economista, ma sarebbe andato a fare il prete. Così ha passato l’esame perché quel professore era un uomo intelligente.

Questo tipo di problematica un insegnante che insegna ce l’ha tutti i giorni; questa dialettica tra quello che io sono e quello che io insegno, incontra della gente che non è senza una faccia; se chi ti ascolta ha dei genitori che litigano tutti i giorni e si dimenticano di dargli da mangiare, si dovrà tener presente. E’ importante salutare gli allievi anche quando non si è in classe ad insegnare. Nel corso di una grande inchiesta tra gli studenti delle scuole medie superiori di Milano negli anni ’70, sul rapporto con i professori, oltre l’80%, rispose che la cosa che li faceva più soffrire era che, quando era finita la lezione e incontravano i loro professori nella vita normale, nessuno li salutava.

Non so se quello che ho detto è la soluzione di tutti i problemi dell’emergenza educativa, ma è una buona base per incominciare a risolverli in modo concreto e, siccome siamo cristiani, in modo che cerchi di corrispondere alla vocazione che Dio ci ha dato.

Grazie.

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