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“Una fede che si fa cultura”. Testimonianze sulla figura di Mons. Manfredini (Portatadino e don Fabio Baroncini)

Festa della scuola Manfredini, Varese, 30-05-2013

Costante Portatadino (Membro del Consiglio di amministrazione della Scuola paritaria “Mons. Manfredini”)

Inizio a parlare io perché credo di aver suggerito di intitolare la scuola con il nome di Monsignor Manfredini e quindi, a distanza di qualche anno, pago il fio. È stato un azzardo intitolare una scuola a una persona che forse la maggior parte dei genitori e dei ragazzi non aveva conosciuto, certamente i nonni invece sì.

Questa proposta nasceva essenzialmente da un fattore personale: dall’impressione, dall’impatto della sua presenza in Varese, come uomo e come prete (presenza che io non esito a giudicare come eccezionale), dall’impatto sulla mia persona di studente che finiva il liceo ed entrava al primo anno dell’università cattolica, con le sue timidezze, le sue aspirazioni, magari con i suoi problemi e con l’iniziale esperienza di Gioventù Studentesca (G.S. è una presenza cristiana nell’ambito studentesco da cui, nel 1969, è nata Comunione e Liberazione).

Qual era la realtà di allora? Era da pochi mesi iniziato il Concilio, ma la città non aveva ancora colto fino in fondo i cambiamenti in atto. C’era un particolare: avevamo saputo che la decisione di nominare Manfredini a Varese era stata presa dal Cardinale di Milano, Giovanni Battista Montini, pochi giorni prima di partire per il Conclave dove sarebbe stato eletto Papa. Si diceva che aveva voluto prendere questa decisione proprio prima perché sapeva di non tornare, o per lo meno aveva la sensazione che non sarebbe ritornato a fare l’Arcivescovo di Milano e che quindi doveva dare a Varese “quel” prevosto, “quel” parroco.

Credo che questo sia stato un primo segnale per Varese. C’era molta aspettativa, si sentiva che qualcosa poteva cambiare.
Bastarono pochi giorni, forse addirittura la prima omelia alla Messa d’ingresso, i primi interventi in manifestazioni pubbliche, per far capire ai varesini di che pasta era fatto il nuovo prevosto. I predecessori erano state persone di grande rilievo: Mons. Rossi era appena diventato Vescovo di Tortona, il precedente, mons. Schiavini, era diventato Vescovo ausiliare di Milano, Vicario generale e quindi era il numero due dopo il Cardinale.

Ma l’impatto di Manfredini con la città è stato del tutto diverso: si capì subito che non si presentava in una posizione “clericale”, da dignitario: il solo modo di vestirsi, di portare le insegne del suo grado era totalmente diverso dai predecessori; si presentava come un missionario, quindi non come il vertice di una gerarchia sacrale, ma come un lavoratore della vigna del Signore. Aveva già sperimentato a Milano la dura fatica del missionario in una società già cambiata, già diventata più difficile, certamente prima a Milano che non nella nostra quieta cittadina.

Il messaggio che ci ha dato da subito è stato paradossale, molto pesante per noi varesini: avete bisogno di una nuova evangelizzazione, dovete reimparare il Vangelo, dovete ricominciare a capire chi è Gesù Cristo e capire che è una cosa, un avvenimento, qualche cosa che vi coinvolge per tutta la vita e non solo quando venite in Chiesa.

Sintetizzando il suo primo messaggio si possono individuare tre punti in cui identificava il compito della Parrocchia, della Chiesa: 1) educare alla fede, 2) celebrare il culto divino come espressione di comunionalità nella vita quotidiana, 3) portare la testimonianza della carità ovunque ce ne sia bisogno; insomma immergersi profondamente in tutta la realtà, non trascurando nessun aspetto della vita per iniziare una storia nuova.

In pochi mesi, benché fossi abbastanza piccino, mi accorsi che la realtà stava cambiando nella parrocchia e nella città. Lo vedevo nella liturgia, lo vedevo nella rifioritura, per così dire, che aveva il sacerdote che mi era più vicino in quanto assistente di Gioventù Studentesca, don Sandro Dell’Era, lo vedevo nelle iniziative di tipo culturale.

Sferzò il mondo cattolico adulto, colto, quello che aveva un certo peso nella città, in un modo che non era stato assolutamente preventivabile e iniziò una serie di incontri, di rapporti con le persone che dettero vita certamente a molte iniziative, ma soprattutto rafforzarono quelle espressioni già presenti (di carità, di missione, di vita anche liturgica), dando loro un contenuto nuovo.

Ovviamente questo volle dire una cosa oggi scontata, ma che allora era abbastanza nuova: il coinvolgimento dei laici, non più solo come cooperanti, ma come veri protagonisti nella missione della chiesa e nella evangelizzazione.

In particolare quello che toccò noi (non è stata solo la mia esperienza, ma quella di un gruppo di persone, di ragazzi più o meno della mia età) fu la preoccupazione soprattutto per la cultura. Che ci fosse una cultura cristiana era abbastanza ovvio anche per noi, ma il tratto innovativo che portò Manfredini era che la cultura cristiana non doveva rimanere chiusa nel recinto di qualche chiacchierata o di qualche conferenza, ma doveva diventare la vita e un richiamo forte per noi. Gli studenti e i giovani universitari erano implicati con una città che aveva un tratto borghese, un po’ illuministico e guardavano sia il mondo universitario, sia il mondo delle professioni culturali, della scuola, dell’insegnamento, con un certo distacco. La presenza di Manfredini ci buttò invece nella comprensione della necessità di dare un giudizio, di assumere i tratti fondamentali della cultura cristiana e di giudicare tutta la realtà. Quello che lui fece all’interno delle Associazioni cattoliche fu di esprimere questo richiamo, ma la novità, diciamo, assoluta è stata quella di andare in piazza, di organizzare incontri pubblici, manifestazioni anche di largo respiro (penso alla settimana biblica, alle missioni cittadine); la Chiesa usciva dal recinto del sacro per affrontare il problema della vita nella sua interezza.

Come però ricondurre tutta questa serie d’iniziative a un punto fondante? Se le raccontassi tutte potrei dare l’idea che la peculiarità di Manfredini fosse l’organizzazione, l’efficientismo, in realtà non era così: il suo punto fondamentale era l’educazione.
Educazione non soltanto di quelli che normalmente devono essere educati, cioè i giovani, ma educazione a 360 gradi che, anzi, puntava soprattutto sull’adulto come colui che doveva essere reso ancora più consapevole della sua posizione e giocarsi come esempio per i giovani in tutta la realtà; quindi non semplicemente iniziative, ma il rinnovamento della coscienza della persona in modo tale da renderla disponibile e capace di essere un testimone.

Il metodo, per dirla con un’espressione anche sua, che una volta usò, non era quello di tenere le pecorelle al sicuro nell’ovile, preservandole dai pericolosi contatti con il mondo, “molte pecorelle sono già fuori, almeno come mentalità”, ma di dotare le persone appunto di un criterio di giudizio, di consolidarle, soprattutto i giovani in una amicizia comunionale, per poi gettarli nel confronto con la realtà in tutte le sue forme (scuola, lavoro, disagio sociale, malattia, fino ad un punto abbastanza estremo che allora fu una novità, l’assistenza ai carcerati).

Come esempio vi porto una difficile avventura che capitò a me. Ero uno studente di filosofia all’Università Cattolica di Milano al secondo anno, Manfredini mi chiamò insieme ad altri due coetanei ventenni e ci propose di insegnare religione nelle scuole superiori; la cosa era abbastanza nuova di per sé perché si era proprio all’inizio dell’esperienza di laici insegnanti di religione, ma la vera difficoltà era che si trattava di insegnarla negli Istituti Tecnici serali, che allora erano molto frequentati. Qui abbiamo incontrato non solo persone maggiori della nostra età, ma padri di famiglia, gente che aveva 10 – 15 anni più di noi che viveva problematiche molto più complesse di quelle che noi avevamo affrontato fino allora. È stata un’avventura molto difficile per un certo aspetto perché, oltre all’età, avevamo anche una relativa preparazione teologica e pedagogica e andavamo in un mondo un po’ sconosciuto. Manfredini ci sostenne con tale fiducia che ci sentimmo corroborati nell’entusiasmo e riuscimmo a vivere almeno per tre anni questa esperienza in un modo così significativo per noi e anche per qualche studente, che a distanza di quarant’anni ci troviamo ancora tutti gli anni.

A qualcun’altro (e lo voglio ricordare non solo perché sono qui presenti, ma perché in qualche modo, un po’ più da lontano avevo seguito e vissuto anch’io questa esperienza) capitò qualcosa di ancora più importante: l’occasione fu quella della presenza a Varese di un Vescovo ugandese, Cipriano Kyhangire , che era diventato molto amico di Manfredini al Concilio e che era stato invitato più volte a portare la sua testimonianza a Varese. L’uno e l’altro colpirono in modo così rilevante alcuni dei nostri amici, che accettarono la sfida di un viaggio missionario esplorativo in Uganda per vedere che cosa si potesse fare per poter aiutare questo Vescovo e la Chiesa locale, magari anche la popolazione, e per creare una reale esperienza missionaria. Da quel viaggio è nata un’esperienza che ha coinvolto decine di persone di Varese e, in qualche modo, centinaia di persone di altre realtà missionarie; da queste presenze è nata la Fondazione AVSI (Organizzazione non governativa, ONLUS, nata nel 1972 e impegnata con progetti di cooperazione allo sviluppo in 37 paesi del mondo), importante realtà anche a livello internazionale.

Infine vorrei richiamare un altro elemento molto importante: la capacità di Monsignor Manfredini di creare unità tra le diverse esperienze ecclesiali. Anche in questo l’esperienza personale conta molto perché attraverso le iniziative di Gioventù Studentesca, della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana) , insieme con tutta la realtà di Movimenti e di Parrocchie di Varese abbiamo vissuto insieme molte esperienze. Non è stata una cosa facile e credo non sarebbe facile nemmeno adesso. Soprattutto è stato difficile allora perché c’era l’abitudine di considerare le Parrocchie come piccoli mondi separati, i Movimenti come piccole isole che guardavano al loro orizzonte ambientale e non all’unità della Chiesa. Manfredini non poteva accettare questo: il suo senso dell’unità della Chiesa era talmente forte che è riuscito a coinvolgerci e a cambiare letteralmente il modo di vivere l’unità tra cristiani all’interno dell’esperienza di tutta la città. Potrei citare parecchi momenti di questa esperienza, da convegni fatti insieme, all’impegno comune per la cultura, per la settimana biblica … Quando ci chiamava si sentiva che non c’era la possibilità di scantonare, di rifiutarsi, di chiudersi nel proprio orizzonte, dicendo “abbiamo già il nostro programma, le nostre cose da fare”. Assolutamente!

La capacità di creare unità è stata l’esperienza forse più forte che, dal punto di vista di un giovane, potevo ottenere.
Vorrei avviarmi alla conclusione. Mi rendo conto che, tagliando velocemente, ho trascurato tutta una serie altrettanto importante d’ iniziative che ha fatto Manfredini: la creazione dell’ Istituto “La Casa” (Centro per la famiglia, consultorio familiare), l’impegno rilevantissimo per l’applicazione della riforma liturgica, la missione cittadina già citata; c’è stato il coinvolgimento di tutte le parrocchie della città per una settimana intera ad ascoltare l’annuncio del Vangelo, l’impegno posto per sostenere il settimanale cattolico “Luce”, l’impegno per la “Robur et Fides” (una cosa apparentemente marginale ma con un forte contenuto educativo quale l’attività sportiva per i giovani).

Tutto questo lo ricondurrei a un concetto sintetico ultimo: attraverso la sua concezione di educazione e di cultura, ha fatto di Varese una città; prima era un aggregato di parrocchie, personaggi, iniziative economiche, ma non si sentiva l’unitarietà della città.
Il fatto che la crescita della città di Varese negli anni ’60 sia avvenuto sotto il segno della cultura cristiana, è un dato che probabilmente è abbastanza unico in una realtà cittadina, di solito le evoluzioni sono molto più lente, mettono insieme molti altri aspetti (il potere istituzionale, la presenza dell’università…). Invece sono assolutamente convinto che gli anni di Manfredini abbiano fatto di Varese realmente una città e abbia creato un solco, una traccia di natura educativa, di natura culturale, ma anche di natura sociale nel senso più pieno, sulla quale poi hanno potuto camminare i successori e, soprattutto, qui ne abbiamo un esempio, i giovani sacerdoti che, cresciuti con lui, ne hanno poi continuato per lungo tempo l’opera.

Vi ringrazio.

Don Fabio Barroccini (Dal 1966 al 1986 sacerdote della Basilica di S. Vittore a Varese, poi parroco di San Martino a Niguarda, Milano)

Condivido tutto quello che è stato detto dal prof. Portatadino.
M’introduco in quello che devo dire, e che spero abbia la stessa brevità sua, mettendo in comune un’esperienza che ho fatto in questo ultimo mese. È da un mese che mi hanno invitato a questo momento ed è un mese che mi ritorna continuamente un episodio della vita del grande Indro Montanelli. Racconta Montanelli che un giorno andò a intervistare una principessa russa, di quelle che nel 1917 dovettero scappare dalla Russia. Dietro le spalle della principessa giganteggiava una fotografia rappresentante l’assalto al palazzo d’Inverno del 1917. Il giornalista fa la sua intervista e al termine, con l’acume che lo caratterizzava, dice: “Mi scusi Altezza, mi sembra indebito che lei tenga qui questa gigantografia: avete perso tutti i vostri poteri a partire da quel momento”. E lei rispose: “Sì, ma vuol mettere sig. Direttore, allora avevamo 17 anni”.
Dovendo parlare di Manfredini mi è venuto in mente questo, cioè vengo sbalzato indietro di 50 anni ed è tutto bello. Mi sono trovato a registrare tutti gli aspetti positivi.

Ho fatto questa introduzione per avvertire subito che non avrò la capacità critica che ha dimostrato adesso Costante. Voglio giocare il mio intervento sulla base di una pura testimonianza anche perché in quegli anni, “magnifici e tremendi” come diceva papa Paolo VI, dal ’66 al ‘69, abbiamo fatto in tempo a veder nascere tutta la contestazione, tutto il grande fenomeno della secolarizzazione, mentre era presente Manfredini a Varese. Questi anni avrebbero bisogno di un’ analisi ben più approfondita che non quella di una testimonianza che io posso dare, perciò gioco il mio intervento secondo questa forma.

Vorrei presentare quattro sottolineature.
1) Tutto si riassume nel primo incontro che ho avuto con Monsignor Manfredini, era il luglio del 1966.
C’era stato il passaggio tra il Cardinal Montini, che era diventato Papa, e il cardinal Giovanni Colombo che mi aveva ordinato prete e mi aveva destinato a Varese. Da giovane prete “sbarbatello”, mi presento da Monsignor Manfredini e gli dico: “Monsignore, mi hanno mandato a Varese a fare il prete”. L’impatto di un ragazzino di 24 anni davanti a un autorevole personaggio da me sempre conosciuto, perché tutti lo conoscevano in Diocesi di Milano, fu questo: “Non credere che ti abbia mandato il Cardinale, sono stato io che volevo che venissi tu”. Per la verità don Giampaolo Ermoli mi aveva avvertito che c’era questa notizia. Gli ho detto allibito: “Scusi, non ho il piacere di conoscerla e non credo che Lei conosca me”; ha risposto: “No, io conosco te, so cosa hai fatto quando eri giovane a Lecco. Io ho bisogno di uno che mi faccia G.S., la FUCI e i laureati cattolici”. Io pensavo di andare a Varese e di andare all’Oratorio come tutti i bravi preti novelli della nostra Diocesi … Allora mi sono permesso, perché non sono da meno in quanto a sfacciataggine e decisione a quella che aveva Manfredini, di dire “Mi sembra piuttosto imprudente che Lei faccia così”. Si è adontato subito. “Perché dici questo?” “Le faccio presente che nella FUCI ci sono tutte le mie vecchie amiche con cui ho fatto G.S. ai tempi delle superiori”, quelle che sotto i portici di Varese (allora era di rigore l’abito talare, si andava in giro vestiti da prete come Dio comanda) mi buttavano le braccia al collo, mi abbracciavano chiedendomi come stavo, con grave scandalo, allora, della morale comune.
Fu lì che io scoprii per la prima volta chi era Manfredini, la prima grande sottolineatura che voglio fare. “Tu buttati in mare e nuota. Se hai bisogno un salvagente, fammi un fischio e io te lo lancio”. Sono uscito in piazza Canonica e ho detto “con uno così val la pena di stare”.
La prima ragione per cui mi ha colpito Manfredini: era un uomo, incontrando lui si incontrava un uomo. Cosa vuol dire? Non per un particolare vigore, anche se ne aveva parecchio (quel vigore che, giocato con generosità straordinaria, l’aveva portato al triplice infarto finché poi è morto a Bologna come sappiamo), non per un particolare vigore psichico, ma perché incarnava quello che poi avrei scoperto nel documento conciliare “Gaudium et Spes”: le gioie, le speranze, le attese, i dolori dell’umanità sono le gioie, le speranze, le attese della Chiesa. Un cristiano non può non far sue tutte le esigenze del bisogno umano e Manfredini era innanzitutto questo: scattava con compassione grande, com-passione, di fronte all’esigenza dell’uomo che incontrava.
Dio sa se, a distanza di 50 anni, non abbiamo ancora questo stesso problema, cioè noi cristiani di essere uomini che sono capaci di questa compassione grande, di energia nel prendere posizione di fronte al bisogno, alle domande, agli interrogativi e al dolore che troviamo nella nostra società. Un uomo!

2) Certo, da molto lontano veniva questa sensibilità umana straordinaria: l’indimenticata sua madre, suo padre aveva fatto in tempo a conoscerlo appena appena, ma veniva soprattutto dal rapporto con Cristo. Quello che colpiva in Manfredini era il rapporto unico che lui aveva con Nostro Signore Gesù Cristo. Cosa intendo dire con questa sottolineatura? Ho ritrovato in Manfredini una citazione che mi aveva così affascinato quando ero giovane studente diciassettenne-diciottenne, quella del retore Mario Vittorino citato da S. Agostino, che, convertendosi, disse: “Quando ho incontrato Cristo, mi sono scoperto uomo”. Certo la sua sensibilità umana nasceva dall’educazione di suo padre e di sua madre, ma nasceva anche da altro; abbiamo documentazione di questo in scritti diversi di don Luigi Giussani, suo compagno di classe, quando sottolinea come in Seminario l’animatore, il fondatore dello Studium Christi fu Manfredini. In Seminario cinque compagni amici, consoni nella concezione cristiana, fecero una rivista dal titolo Christus e altri compagni dello stesso anno fecero immediatamente un gruppo di resistenza intitolato Studium Diaboli (vedi Un caffè in compagnia, Renato Farina, Luigi Giussani –Rizzoli, Milano 2004 ); don Giussani annota che tutti quelli che si misero contro lo Studium Christi uscirono dal Seminario, mentre i cinque che fecero lo Studium Christi divennero preti e, non solo Manfredini e Giussani, ma tutti di grande calibro, che hanno avuto un’incidenza e un’influenza grande nella nostra Diocesi.

Comunque dicevo, un uomo, perché capace di questa umanità, immediatamente. Lo descrivo con un aneddoto: in parrocchia c’era don Arnaldo Bertolotti all’Oratorio (Responsabile dell’Oratorio San Vittore, Varese dal 1954 al 1968). Una volta è arrivato alla nostra riunione abituale di preti, che facevamo sempre al mercoledì e mi ha detto “Il padre spirituale del Seminario mi ha detto di salutarti”. “Grazie don Arnaldo”. “Mi ha detto anche di dirti di ricordarti di pregare”. “Grazie don Arnaldo”. Si sente Monsignor Manfredini: “Cosa?”. A questo punto don Arnaldo, sensibile com’era, sbianca. “Sì, mi ha detto di salutarlo e di ricordargli di pregare”. “A sì?! Tu alzati”, dice Manfredini a me. Io mi alzo (eravamo negli studi vecchi che poi sarebbero diventati gli uffici della Caritas) e mi dice di andare nel suo studio. Andiamo, lui compone il numero del Seminario “Pronto, sono don Ruben (perché il secondo nome di Monsignor Manfredini era Ruben), mi passi il Rettore”. Parla con il Rettore: “Pronto Eccellenza (era Monsignor Citterio), dica al suo padre spirituale di interessarsi dei suoi chierici, che ai miei preti ci penso io”. Ha messo giù il telefono e siamo tornati a fare la nostra riunione; non mi ricordo però che mi abbia mai detto di pregare, si pregava volentieri insieme con lui, ma non mi ricordo che abbia mai sottolineato questo più di tanto.

Questa posizione lo faceva, secondo me, grande ed è quello di cui abbiamo ancora bisogno. Può darsi che io sbagli ad interpretare, ma, se c’è un accento per cui il popolo di Dio e tanta brava gente si è trovato in consonanza con Papa Francesco, è questo: questa immediatezza di espressività, questa assenza di mediazione, di elaborazione teologica problematica, questa capacità di comunicare immediatamente all’umano che ti sta davanti. Comunque un uomo che amava Cristo. Questa centralità di Cristo mi ha sempre colpito in Monsignor Manfredini.

3) Questo stabilisce un terzo passaggio, cioè l’idea di Chiesa che lui aveva.
Noi tutti, parlo della mia generazione, quelli della mia età, siamo cresciuti con un’immagine di esperienza cristiana estremamente chiara, molto chiara e dobbiamo essere grati ai nostri padri nella fede che ce l’hanno consegnata, quella che ultimamente (chiedo scusa agli storici se hanno da obiettare) si rifà al Concilio di Trento: cosa vuol dire essere cristiani, appartenere alla Chiesa? Vuol dire sostanzialmente accettare e riconoscere come propri dei dogmi, aderire e far propria una certa morale con una serietà di un comportamento, una fedeltà ai segni e ai gesti di vita di preghiera e ai Sacramenti. Io come parroco, andando a Niguarda, ho avuto tra le tante grazie di arrivare in una parrocchia dove uno dei miei predecessori è stato cinquantadue anni, dal 1912 al 1964; io vivo ancora di rendita della testimonianza e del servizio pastorale che ha fatto quest’uomo.
Solo che così la natura dell’esperienza ecclesiale si colloca a fianco della problematica umana, degli interessi umani, è aggiunta come dogmi; siamo cristiani perché crediamo alla santissima Trinità, ma cosa c’entri questo con il mangiare, il bere, il dormire e gli altri interessi umani, questo è problematico da decifrare.
Con Manfredini non era così: Cristo doveva entrarci da tutte le parti, doveva essere presente come ragione dentro tutta l’esperienza della realtà.
Come si fa a far così la vita della Chiesa? Quello che Manfredini faceva era mettere la Chiesa in stato di missione, cioè rendere funzionale l’esperienza della Chiesa a una testimonianza di Gesù Cristo, far vedere come seguire Gesù Cristo sia umanamente più conveniente che non seguire la moda, la pubblicità, la televisione, l’istinto e chi più ne ha più ne metta. Seguire Gesù Cristo ma nel mangiare, nel bere, nel dormire – è la citazione che faceva della prima lettera ai Corinti (I Cor. 10,31)-, seguire Gesù Cristo in queste cose rende più umana questa esperienza, rende più umano l’umano.
Non è forse questo il problema che abbiamo ancora oggi? Perché tanta gente ha obiezioni, riserve, sente con difficoltà la possibilità di aderire al cristianesimo?
Perché in primo piano c’è tutta una serie di valori che vengono proposti, non la persona di Cristo proposta come ragione dell’impegno umano.

4) Ultimo punto, già sottolineato, con cui volevo finire: come fece Manfredini a far partecipare della sua convinzione di fede la gente che gli stava attorno? Con una impressionante capacità culturale.
Questa capacità culturale cercava di trasferirla, di tradurla anche nei preti, con qualche risultato qua o là, non sempre con un risultato adeguato a sufficienza. Quando ci alzavamo alle 6 del mattino (se uno arrivava alle 6.05 alla domenica mattina in Basilica di San Vittore c’era già la telefonata a casa per vedere se arrivavamo o no), lui si era già alzato alle 4 e aveva già pregato e studiato per due ore. Sono rimaste leggendarie nel nostro gruppetto di preti, le discussioni: quando don Giulio Greco voleva obiettare a Monsignor Manfredini, la faccenda era molto semplice. Manfredini diceva: “L’ultimo libro che è stato pubblicato …”, allora don Giulio replicava: “Scusi, le bozze dell’ultimo libro le sto leggendo io”.

Erano tempi belli, ci si divertiva, il nostro trovarci era sempre un arricchimento. In lui la forza della cultura, che era il tentativo di connettere l’esperienza di Cristo con i problemi e gli interessi per arrivare a un giudizio nuovo sulla realtà, secondo me, si sviluppava secondo una metodologia che era quella deduttiva: partire dall’idea esatta, sostenuta autorevolmente anche da autori illustri (e non si scherzava: ai suoi preti arrivava a regalare a Natale enciclopedie, s’impegnava anche economicamente per cercare di far partecipare della sua sensibilità chi gli stava vicino). Il metodo deduttivo crea un problema non da poco, perché il vero modo di fare cultura, secondo me, è induttivo, cioè traggo l’insegnamento dall’esperienza che ho davanti, altrimenti il problema dovrebbe essere di impegnarsi, da parte di tutti, a leggere libri su libri per cercare di avere sempre idee nuove, invece di partecipare a una vita.

D.: ci vorrebbe una circolarità ermeneutica.

Don Fabio Baroncini: non ho la pretesa di essere assiomatico, di dire la verità in forma assoluta. Di certo ho conosciuto persone che sono capaci di trarre dall’esperienza elementare suggerimenti di chiarimento, di chiarezza sul cammino, non deducendo continuamente dagli scritti. Perché la chiarezza ermeneutica subisce un divario drammatico con l’interpretazione, rimanda sempre all’interpretazione e si discute (questo non era Manfredini) interpretazione contro interpretazione; mentre invece si deve essere posti di fronte a un fatto coinvolgente, a un indice indiscutibile, a un insegnamento; trattandosi di una scuola, ricordate che non si può impostare le scuole sempre come interpretazione di qualcosa.

Ultimissima annotazione. Come fece a far partecipare tutti al senso umano e cristiano che aveva? Mediante l’azione. Erano due le convinzioni principali di Monsignor Manfredini a questo riguardo: 1) guarda che tutto dipende da te, anche se sai benissimo che tutto dipende da Dio; quindi bisogna prendere iniziativa; 2) chi ha l’idea, la paga: con Manfredini non potevi proporre un’idea ed essere contento di averla detta, dovevi realizzarla. Mi sembra che spesso l’ignavia, la pigrizia di tanti cristiani si nascondano dietro la formulazione giustissima “è Dio che fa la Chiesa”. Come per il problema educativo: i fallimenti vengono nascosti dietro la scusa della libertà della persona, della grazia. Con Manfredini non scappavi, dovevi prendere iniziativa, entrare in azione sulla realtà. È attraverso questo che di lui è rimasta un’incidenza sulla realtà di Varese.

La regola finale: amava tanto dire (questo mi ricorda un incontro con gli universitari di allora) che occorre fare per capire, perché non si arriva alla convinzione se non attraverso l’azione; soltanto quando uno mette le mani in pasta e prende iniziativa, riesce a convincersi dell’ipotesi che l’ha mosso, altrimenti si resta sempre sul bagnasciuga dell’incertezza: quando l’acqua cresce si hanno i piedi a mollo, quando l’acqua si ritira si hanno i piedi secchi. Si resta sull’intellettualismo se non ci s’implica con l’energia dell’esistenza, con iniziative sulla realtà.

Quello che ho imparato da Manfredini è questo, anche se sono un indegno discepolo, incoerente e incapace di seguire.

D.: dicevi che per Manfredini la cosa sostanziale era il rapporto con Cristo. Come era documentabile questo, come si capiva?

Don Fabio Baroncini: era documentabile nell’atteggiamento personale di preghiera, nella ricerca del giudizio di verità in obbedienza alla Chiesa, nell’obbedienza alla vita della Chiesa nella sua forma sacramentale, nel modo con cui ci ha introdotto nella parola di Dio (era il tempo in cui si è cambiata la liturgia, dal latino all’italiano), nella cura straordinaria che metteva nel gesto liturgico (seguendo la grande regola “non c’è niente di peggio dei gesti cristiani fatti male”, allora il gesto liturgico doveva essere curatissimo, per cui in Basilica anche i lettori uscivano con la tunica del lettore, doveva essere tutto perfettamente ordinato e il canto, il coro dovevano essere assolutamente curati). Non so se è sufficiente. Credo che sia stato lo spendersi perché Cristo venisse riconosciuto che lo ha portato a morire di infarto: ha avuto un infarto qui a Varese, un infarto a Piacenza e il terzo infarto, fatale, a Bologna. Questo non fermarsi mai, questo spendersi … Non ci si spende per i valori se non si è ideologici, ma lui non era ideologico, non era un capopopolo, era un uomo che per sé voleva la salvezza, la realizzazione della sua umanità e quindi la comunicava a tutti gli altri.

D.: vorrei capire meglio la questione del metodo induttivo. In uno dei quartini della nostra scuola c’è la frase di A. Einstein “Imparare è un’esperienza, tutto il resto sono informazioni”. Ma il modo con cui s’impara è anche attraverso il libro che è per noi uno strumento.

Don Fabio Baroncini: spero che a scuola i tuoi allievi e tu lavoriate con un rapporto, non sui libri; i libri sono strumento del rapporto. Questo è il metodo induttivo. Il libro devi per forza declinarlo, devi derivare dal libro. Alcuni amici di Varese mi hanno detto che c’era un intervento sul quotidiano “La Prealpina” in cui sono stato citato. Gallina, mio allievo al Liceo Classico, allora capo del Movimento Studentesco, è stato intervistato sul valore della scuola: “Lei andava volentieri a scuola?”, “Sì, andavo volentieri perché c’era don Fabio Baroncini”. Al giornalista, un po’ incuriosito e stranito, ha detto: “Perché mi ha insegnato ad usare la ragione”. A usare la ragione non te lo insegna un libro, te lo insegna l’accento di una persona viva che ti comunica quello in cui crede lui, quello che convince sé. Voi che siete sposati, non vi siete sposati perché siete andati in biblioteca a cercare “L’arte di amare” di Erich Fromm e neanche perché il vostro partner è venuto dicendo “cava, come savebbe bello se potessimo stare insieme tutta la vita” mentre voi vi allacciavate le stringhe delle scarpe. A uno così dai subito il due di picche! È un accento. “Io voglio stare con te”, poi su questo, se ci sono dei geni umani che hanno costruito una riflessione e l’hanno comunicata attraverso dei libri, ne fai tesoro.

D.: gli ultimi punti che hai sottolineato mi hanno fatto venire in mente una cosa che ha detto il Papa recentemente:“Meglio una Chiesa in cimentata, che una Chiesa malata” .

Don Fabio Baroncini: non ho letto questa frase di Papa Francesco, mi ha colpito moltissimo il passaggio secondo cui “Senza Cristo, la Chiesa sarebbe una pietosa ONLUS o ONG ”. Manfredini non è stato a Varese costruttore, anticipatore, precursore di una organizzazione non governativa dedita a fare il bene; ha fatto tutto quello che ha fatto perché Cristo potesse essere riconosciuto, amato, stimato, seguito dalla gente a cui ci si rivolgeva. Questi potevano aver bisogno. È stato geniale nel precorrere quella che oggi è la struttura della nostra Chiesa: in tutte le parrocchie la Caritas è costruita sul modello che c’era qui a Varese, tutta la pastorale per prepararsi a fare una famiglia e ad affrontarne i problemi relativi è costruita sul modello de “La Casa” di Varese. Mi sono sempre molto sentito facilitato a fare il parroco, avendo dietro le spalle questa immagine: applicavo modi ed esperienze che avevo viste messe in atto da Monsignor Manfredini.

Non so cosa voglia dire “Chiesa malata”; credo che si debba dare del tempo anche al Papa per esplicitare le sue intuizioni e la sua capacità impressionante di comunicazione.

D.: Conservo ancora le lettere che ogni mese lui mandava a noi dei gruppi caritativi. Leggendole, si potrebbero metterle sul tavolo e riproporle oggi come oggi. Costituendo i gruppi di caritativa, aveva costituito anche il gruppo per l’assistenza ai bambini del Brefotrofio a cui io partecipavo. Facevamo già riunioni di gruppo quando ancora non si facevano da nessuna parte (è stato uno dei primi inventori del lavoro di gruppo); a quel tempo si era già costituito il gruppo carceri maschile. È venuto e ci ha detto: “Qualcuno di voi dovrebbe cambiare, ho bisogno di due persone che vadano al carcere femminile”. Eravamo nel ’64-65. Adesso tutti si interessano di carceri, in quel momento non se ne parlava nel modo più assoluto, c’erano solo alcuni che facevano parte di un gruppo della Procura della Repubblica che portavano doni a Natale e a Pasqua. Dopo una settimana mi arriva una telefonata e mi sento dire: “Io ho chiesto che qualcuno partecipasse all’altro gruppo” e allora io sono andata. Questo per dire come faceva.

Don Fabio Baroncini: ti ringrazio dell’intervento; vorrei, anche a costo di riaprire una ferita antica, mettere in comune un episodio del rapporto che avevi con Manfredini, che ti tocca da vicino.
Quando è morto tuo marito (la grandezza di Manfredini l’ho capita da questo episodio) una volta mi hai detto: “Sapessi che conforto e che consolazione mi dà che ogni tanto Monsignore mi telefoni”. Come parroco io ho ancora molto da correre prima di arrivare a questa attenzione, a questa capacità di condivisione: di sentire sulla pelle l’urgenza e il bisogno della gente che mi sta attorno e di propormi di condividerlo.

È questa posizione umana che, se viene strutturata, diventa incidente. Bisogna essere capaci di questa genialità. Io ho almeno venti persone tutti i giorni che passano a chiedere l’elemosina (coi tempi di crisi che Papa Francesco, 18 maggio 2013, Piazza San Pietro, Veglia di Pentecoste con i Movimenti ecclesiali Papa Francesco, 14 marzo 2013, Cappella Sistina, prima Messa pontificale corrono Milano, da questo punto di vista, è un disastro) ma, dopo la seconda o la terza, quando mi è venuto meno il buon proposito, comincio ad innervosirmi e, ad un certo punto, penso di avere esaurito tutta la mia capacità di resistenza. Con Manfredini non si poteva perché ti spronava, ti costringeva a rimetterti dentro.

La vita è come la traversata del canale della Manica a nuoto: altro è farla avendo di fianco qualcuno che ti si aggrappa e ti tira a fondo, altro è farla con qualcuno che nuota a fianco a te e ti dice “Dai, una bracciata ancora che ce la facciamo”.

A me è andata bene, soprattutto i primi anni: non ho parlato di tutto il riverbero cittadino che una figura come la mia realizzava in Varese, ma ho sempre trovato in Monsignor Manfredini un difensore accanito, mi ha sempre difeso. Quando i suoi fratelli, a ragion veduta, si lamentavano di una certa volgarità del mio linguaggio, lui rispondeva: “Lasciate perdere, lasciate perdere, è un bravo ragazzo”. Grazie Monsignore! Soprattutto allora, esplodeva il ’68, c’era la problematica grande dei bisogni, delle urgenze e delle istanze che la sensibilità studentesca portava avanti; io c’ero di mezzo perché dovevo seguire i ragazzi e non erano sempre chiari i confini metodologici con cui ci si poteva muovere. Certe sbavature, un certo attestarsi su esigenze, richieste che poi si sono rivelate fallimentari e indebite, non hanno mai tolto la stima che Manfredini aveva nei miei confronti. Anche a fronte dei miei errori che oggi capisco, vedo e giudico come tali, Manfredini non mi ha mai tolto la sua stima.

D.: Ti voleva bene!

Grazie di questa sottolineatura così chiara, perché Manfredini era capace di voler bene; se lo ricordino gli insegnanti della Scuola “Manfredini”.
Quando andavo nelle case delle famiglie giovani, c’erano tanti bambini piccoli; e sul frigo di casa c’erano sempre appesi i disegni dei bambini. Il mio cinismo porta a dire che sono sgorbi orribili, mentre il genitore che ama dice “Guarda che belli!”. Chi dei due vede di più la realtà, chi ne partecipa di più? Il genitore, perché vede dentro tutta la proiezione che si svilupperà nel bambino, mentre in me c’è solo l’acribia critica di un giudizio che poi stronca chi mi sta davanti.

Insisto nel dire che chi insegna deve esser capace di questa comprensività.

“Per sperare, bisogna aver ricevuto una grande grazia ” ha scritto Péguy (Il portico del mistero della seconda virtù, in I Misteri, Jaca Book, 1997, p. 167), cioè deve essere stato amato.

D.: vorrei raccontarvi un aneddoto su Monsignor Manfredini. Io con Manfredini ho lavorato per un po’ di tempo, vi racconto un particolare. All’Oratorio c’erano sempre dei lavori da fare e Manfredini mi chiamava ogni settimana per qualcosa e io dicevo: “Ma Monsignore, ancora”? Allora una volta mi ha detto: “Dante, sai cos’è il paradiso? Il paradiso è una bella torta. Tutte queste cose che fai fatica a fare sono i bignè che sono sulla torta”.

Don Fabio Baroncini: per questo che sei ingrassato!
Appunti non rivisti dagli autori

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